C’è qualcosa che stamattina mi suona dentro. Come un leggero campanello: un tintinnio che passa inosservato in questo rombare, roteare, strisciare, strappare, battere, parlare, sgridare, cadere della città sotto di me.

Ho un bisogno di poesia, di dare un ordine alle stelle che all’improvviso si sono messe a girare solo per me.

Non capisco. Seguo le rotaie di questo tram sferragliante, nel blu della notte. Quanti tram abbiamo visto passare, li abbiamo rincorsi, alcuni guardati, riempiti di quelle lucine che vedi solo a Natale: e ci sembrava Natale quel giorno, che ci è stato fatto quel regalo, quella scoperta improvvisa di presenze.

Ecco, ora che l’estate spinge il muso contro il vetro, per entrare in casa con le sue cicale, e sdraiarsi sul pavimento fresco, a giocare col naso umido del mio cane… proprio adesso, mi è venuto un desiderio di eternità che non mi lascia.

Posso solo aggrapparmi alle pagine di un libro, e sfogliare le nuvole con le ciglia: da qui non mi muovo.

Non muoverti neanche tu.

Mi piacerebbe trovare le parole per poter consolare tutto quel popolo meraviglioso che sono i giapponesi.

Trovare qualche frase fuori dalla retorica, svuotata dalle formule usate dai media: una parola scheletrica e dritta, ma che centri il loro cuore, solo per poter dire: sono con voi.

Non sono mai stata in Giappone, anche se conosco alcune persone che provengono da quel Paese così silenzioso: una di quelle è una ragazza che canta nel mio coro. Non sono ancora riuscita a vederla, ma spero di farlo al più presto per sentirla dire che va tutto bene, che la sua famiglia è al sicuro, che nonostante tutto non ci sono state perdite dolorose. Yoko è sposata con un ragazzo italiano, ha una voce splendida e uno di quei sorrisi sottili e gentili, che quasi hanno timore di esporsi alle risate. Ultimamente, avendo studiato canto per tanti anni, ci sta insegnando delle pratiche per poter respirare meglio, tenere a lungo una nota, ci insegna le differenze tra le croma e le semiminime, ci dice di “lanciare” la voce al di fuori, per farla uscire potente e forte, ma senza urlare.

Un paio di miei amici sono stati in Giappone l’estate scorsa, e ne sono tornati innamorati: soprattutto, descrivono quella dignità, quella silenziosa caparbia e quella religiosa gentilezza che li fa vivere con delicatezza.

Ecco, non so cosa c’entri, ma un po’ di tempo fa ho visto “Ramen Girl”, un film non molto famoso, credo, ma che mi ha fatto commuovere: non che la storia sia particolarmente brillante, ma ora mi torna in mente, e mi fa pensare al perchè mi sia sentita così tanto sconvolta nel vedere le immagini di questo disastro.

Non so, non ho soluzioni, non posso fare qualcosa di pratico, non posso partire e andare là ad aiutarli: voglio solo dire, sono qua, e vi penso tanto. Anche se non conosco nessuno di voi.

Cerco di “lanciare” la mia voce, il mio cuore, verso di voi. Se potete, afferratelo.

the rocky horror picture show

Un venerdì sera come tanti (oddio, non proprio, visto che ci siamo saltate le prove del coro con tanto di insulti da parte del direttore, ma, pace a lui, una volta si può anche fare).

Io e le mie compari che ci aggiriamo per via Savona, con vistoso trucco anni ’8o (che ha scatenato numerose occhiate divertite in metro). Di fronte a noi, il cinema Mexico, un locale che passerebbe inosservato in questa via non troppo trafficata, che vanta alcuni localini invitanti (tra cui abbiamo notato il Murphy’s Law: un po’ per il nome che è praticamente la catarsi della mia vita, un po’ perchè ricorda vagamente il Temple Bar di Dublino, rosso fuoco fuori e luci soffuse e fumose dentro), ma che è sostanzialmente una zona residenziale.

Eccoci, noi, giovani non-convenzionali (vengono chiamati così i “dilettanti” di questo spettacolo, cioè chi non vi ha mai partecipato), con un centinaio di altri giovani, in fila per vedere le avventure di un travestito.

Ecco, detta così, sembra una pagliacciata: invece è uno spettacolo che merita davvero di essere visto. Intanto, appena in sala si viene accolti dai Transilvani: ragazzi e ragazze con parrucche e trucco coloratissimi e bizzarri, che vi scortano al posto e vi vendono il kit per la serata.

Uno di loro, parrucca azzurra e una vaga somiglianza con Mika, ci fa notare che abbiamo avuto una botta di culo immensa, per essere delle non-convenzionali, ad avere i posti in prila fila (grazie alla sottoscritta che ha prenotato vent’anni fa. Ogni tanto anche io ne faccio una giusta!). Sì, qua si parla di non-convenzionali perchè lo spettacolo, da che è approdato a Milano nel lontano 198o, non ha mai saltato un venerdì sera, qui al Mexico.

Dicevo, il kit. Ma non voglio aggiungere altro: solo, che lo spettacolo è interattivo, quindi questi oggettini che vi vengono venduti sono da utilizzare durante la serata.

Ecco, in realtà non voglio descrivere la storia, gli effetti speciali, le urla che seguono praticamente ogni battuta del film e i balletti da fare mettendo una mano sulla chiappa del vostro vicino, conosciuto o sconosciuto che sia. Io sono arrivata lì ieri sera che non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, e se non l’avete mai visto, è meglio così amche per voi: non aspettatevi niente, siate aperti e pronti a tutto, perchè qui davvero può succedere di tutto.

C’è trasgressione, d’accordo, ma anche tanta tenerezza: Frank è un personaggio che fa tremare, così granitico e dolce. 

Tra l’altro, come succede per le cose migliori qui a Milano, il Mexico ha rischiato di chiudere qualche tempo fa, ma il gruppo di fan che ogni venerdì sera riempie la sua sala è riuscito a tenerlo in vita, e ora è più florido che mai.

Sono trent’anni che il Mexico propone il Rocky Horror al venerdì sera: alasciate a casa pudore, stanchezze e pregiudizi, e buttatevi con tutto il cuore in questa esperienza :)

scripta manent

Stavo pensando che è passato davvero troppo tempo dall’ultima volta che ho scritto qui, e che di nuovo sono successe troppe cose, troppi ricordi si sono creati e farli rivivere ora sarebbe troppo lungo, e spesso troppo doloroso.

Ho iniziato a leggere un nuovo libro di Erri De Luca e per l’ennesima volta mi ha affascinato. Sembra così facile, per lui, plasmare le parole: come fossero materia viva, legno, creta, pietra, tessuto. E’ così genuino.

Ecco, la riflessione che mi fanno nascere certi libri ben scritti, cioè scritti proprio con l’anima e con le mani, mi fanno pensare che sia davvero difficile trovare qualcuno che faccia lo stesso uso delle parole: cioè che non menta, ma che le usi soltanto per esprimere se stesso, per dire quello che ha dentro, quello che gli piace e quello che gli fa male.

Certi libri hanno davvero un potere, su di me. A volte molto più delle persone. Non che sia misantropa o che altro, ma molti avvenimenti successi negli ultimi mesi mi hanno portare a pensare che se le parole, tutte quelle che uno dice, fossero sempre scritte, certi problemi, certi rancori e dolori non nascerebbero mai. La carta agisce da filtro, da punto di contatto tra i pensieri e la realtà. Verba volant, scripta manent, dicevano i latini. Mica scemi: verissimo!

Credo davvero che se dovessimo scrivere tutto quello che vogliamo dire, esprimere, gridare, non ci sarebbero malintesi. Avremmo degli enormi scaffali colmi di cose “dette/scritte”: e non sarebbe un buon modo per diminuire la quantità di scemenze che uno dice? Mi ci metto anche io nel mucchio, chiaro: quanti discorsi fatti a vuoto, quante parole spese per spettegolare o dubitare o far soffrire.

Non sarebbe una soluzione perfetta? La carta è il nostro problem solved.

E per non sprecarne quintali uno farebbe più attenzione ai suoi pensieri, penserebbe prima di parlare (e credetemi, pensare prima di parlare non è assolutamente un’azione scontata), farebbe delle sue idee un gomitolo da districare con pazienza, sceglierebbe le parole adatte, come un bel vestito per una festa tanto attesa.

E piuttosto che tanti sproloqui, un bel foglio bianco: male che vada, ti rimane tanto spazio per disegnare, e sognare .

Sono sempre più convinta che la parola chiave di questo periodo sia libertà. Non ne avevo mai assaporata così tanta. Paradossalmente, ho sempre meno tempo, dato che ho cominciato a lavorare a pieno ritmo, e studiando ancora per gli ultimi esami dell’uni. La verità è che ho finalmente capito (o meglio, è più un work in progress che un fatto finito, ma ci sto, appunto, lavorando) che certe relazioni, rapporti, conoscenze, chiamatele come volete, vanno fatte crescere o silurate verso l’abisso pià profondo.

Io sono sempre stata una da “o bianco o nero”. Per il mio punto di vista, le sfumature sono solo un modo più carino di dire “ipocrisia”. Sarà che da piccola ero tutto l’opposto, e che anche ora mantengo sempre un’aura di indecisione cronica… ma c’è da dire che lo faccio solo per prenderemi più tempo per discernere, e prendere (o almeno augurarmi di prendere) la decisione giusta.

Ho capito che non esistono amici e amici veri. Un amico, se è tale, si chiama proprio così, non ha altri aggettivi. O uno è amico, o non lo è. Tutti gli altri sono conoscenti, vicini di casa, compagni di bevute o partner di ballo o che altro. L’ho capito dopo tempo, ma ci sono arrivata. Anche adesso che non vedo i miei amici da tempo, che ci si sente via messaggio tra una corsa e l’altra, tra un impegno e l’altro. Anche adesso che frequento più spesso un’altra “compagnia” che però è a metà tra i”compagni di bevute” e i “partener di ballo”. Ecco, non che io voglia sputare nel piatto in cui mangio: semplicemente, smettiamola di prenderci in giro e di versare lacrime di gioia false per persone di cui non ci interessa neanche sapere se hanno fratelli o sorelle, se sono felici, se hanno fame o sete di qualcosa, se amano leggere o odiano la musica (bestemmia!).

In questo mi sto accorgendo di essere parecchio nevruziana. Ok, se non sapete chi è Nevruz, prima goooooglate e cercatelo. Appena entrato a x-factor si è messo a dire che è inutile mettersi a piangere e fare scene madornali per chi se ne va, sapendo che in fondo siamo solo felici che se ne sia andato lui/lei e non noi. Ecco, è così. Perchè fare finta? Che cosa ci guadagni a fare l’amico di tutti, a spendere tempo con chi non ti interessa, nel vero senso della parola?

C’è una frase che mi piace tantissimo, scritta da Pavese in non mi ricordo quale libro:

Da chi non è disposto a condividere con te il destino, non accettare neppure una sigaretta.

Credo fosse così. E’ stramaledettamente vero. Il Destino. Non si parla di Fato, di Malocchio o balle simili. Il Destino è la tua Vita, la tua aspettativa di verità e felicità, che nessuno può prendere sul serio se non tu e il tuo amico.

 

Solo questo. Non c’è nulla da spiegare. Io la sento troppo, questa cosa. La sento qui.

La vera libertà è avere il coraggio di essere sinceri, con se stessi e con gli altri.

a volte succede

Succede di avere talmente tante cose da dire, da sviscerare, così tante da raccontare e da narrare… che una sola vita pare così poca.

E’ iniziata la mia stagione preferita, l’autunno, è cominciata quella parte dell’anno che profuma di quaderni, di legno, di castagne e di pane appena sfornato, che parte come una promessa di rosso, di colori caldi e dorati, di speranze riposte sotto la cenere di un camino.

Succede che così tutti gli anni, in autunno, inizia la stagione dei concerti. E la Musica è l’unica cosa che mi salva dal marasma che mi nasce dentro.

Ho un bisogno di Verità che trascende qualunque regola. Mi sento come Faust, come un analfabeta che vuole leggere la Divina Commedia, come un bambino che sogna già di poter andare sulla Luna. Quello che ho non mi basta. Questa inquietudine non mi lascia.

Certe volte mi sembra di veder ruotare il mondo sotto i miei occhi, e allora mi costringo a stare in vetrina. L’unica cosa che posso fare è osservare, e cercare di carpire l’anima delle cose solo con gli occhi.

Un mio amico dice che ho sempre troppa fretta, troppa frenesia addosso. E’ che sono affamata di vita, di esperienze, di impressioni, di emozioni. Specialmente adesso, che una parte della mia esistenza è cambiata. Eppure non mi fa stare male, questo affanno che ho addosso, è il mio modo di mangiare la vita, di assaporarla. Ho come l’impressione di aver già perso molto tempo dietro a cose e persone che non mi hanno lasciato un segno, un graffio, una carezza, niente. Non voglio più andare a dormire dicendomi: “Con o senza questo, la mia vita non cambia”. Invece voglio che sia così, che le cose e le persone che ho mi cambino i giorni.

Certo, magari in positivo…

brevi aggiornamenti

Di ritorno dalle vaCCanze con Panz e Iluzza, sono di passaggio per Milano, prima di ripartire per la montagna, carica di libri per gli esami settembrini.

In questi giorni liguri ho imparato che:

  1. fare la valigia è la cosa più difficile del mondo, pari ai traslochi e a fare un figlio
  2. dormire in una mansarda con la compagnia dei ghiri non ha prezzo
  3. origliare le conversazioni dei tavoli vicini durante pranzo e cena può originare interessanti discussioni
  4. svegliare in piena notte un tassista ottantenne può essere un crimine, ma ascoltare i suoi ricordi di gioventù intanto che ti riporta a casa, con le lucine della costa sullo sfondo, può farti felice
  5. andare a dormire e svegliarsi con le risate delle tue amiche è pari ad un massaggio alle terme: rigenerante
  6. fare progetti sulla prossima estate intanto che iniziano le vacanze di questa estate, ti libera i polmoni
  7. fare auliche conversazioni letterarie per poi urlare in preda al panico “Ho visto la mia ombra e mi sono spaventata” è qualcosa che rimarrà negli annali
  8. sentire la mancanza del tuo cane per la prima volta nella tua vita vuol dire che hai davvero un cagnolino tutto tuo!
  9. avere in testa tutti i giorni una canzone diversa che canti per tutto il giorno può creare problemi relazionali con le tue coinquiline
  10. Valerio Scanu non ci piace
  11. cadere addormentate per 3 ore di fila nel pomeriggio dopo aver mangiato tutte le specialità ai frutti di mare è un buon record
  12. la nostalgia è qualcosa che assomiglia molto alla felicità

here we are

Posso dire di aver finalmente concluso gli esami estivi. Viva me!

Questi giorni sono stati un’escalation di incontri, proposte, gite varie in rumorosi parchi acquatici, romantici versanti liguri e lussureggianti vallate montane. Ora sono qui che preparo la mia mente alla vacanza marina che attende me, Panz e Iluzza in quel di Diano Marina.

Siccome non mi sento già abbastanza in colpa per i mille casini che combino, l’uni è ormai diventata meta di quotidiani pellegrinaggi espiatori.

Oggi poi i tizi della libreria erano particolarmente garruli: giustamente sono arrivata io, armata di elenco di dispense, a guastare la festa. Per festeggiare le imminenti vacanze si sono offerti di fare uno spogliarello, credendo di farmi cosa gradita. Ma anche no.

Inoltre, il mio condominio è stato preso d’assalto da una squadra di muratori bergamaschi. Oggi ero in sala a cazzeggiare allegramente su FacciaLibro, Flickr e balle varie, quando uno di loro mi atterra sul balcone. Evidentemente credeva l’appartamento momentaneamente disabitato, perchè ha cominciato, tra una bestemmia e l’altra, a fare apprezzamenti sulle figliolette minorenni di certi suoi amici che a quanto pare stanno crescendo in modo molto grazioso (per usare degli eufemismi).

Al che, ho messo un po’ di Nirvana, Kings of Leon e Foo Fighters a palla per cercare in maniera molto nobile di fargli capire che, ebbene sì, c’era qualcuno in casa. Risultato: io mi sono stordita per tre quarti d’ora (facendo sbuffare anche Mela, che in quel momento faceva molto Snoopy che biasima il povero Charlie Brown), e quando ho spento quelli erano ancora lì a discutere in bergamasco stretto. Vabbè.

La cosa bella è che tra un po’ anche la sottoscritta leva le tende. Niente viaggi troppo avventurosi, ho voglia di relax. Certo, poi a settembre mi aspetta una settimana direttamente nella città di Draquila (per chi non avesse mai visto il documentario della Guzzanti, se lo guardi, prima che l’Uomo col Bavaglino ci metta tutti in gattabuia), e lì credo ci sarà parecchio da fare.

Ora spengo le meningi. Ho un po’ di pensieri che mi girano per la testa, per lo più pensieri confusi.

Vedremo se l’aria di mare mi toglierà un po’ di nebbia dalla mente.


Happy Holidays, everybody!

E.T. ha smesso di telefonare a casa

Del perchè sono una stupida con tanto di attestato e targa al merito.

Del perchè mi tirerei da sola i piatti in faccia, in mancanza di un marito fedifrago da insultare.

Del perchè il modello Barbie fa ancora strage di cuori e in realtà ogni uomo è la riproduzione in scala di Ken e sotto sotto sogna di incontrarne una.

Non me ne voglia il genere maschile, ma a tutto c’è un limite.

Se per esempio la suddetta Barbie non è neanche questa gran bellezza, ma ha dalla sua degli argomenti molto convincenti (non fatemi diventare volgare… ) che fanno crollare anche quelli che si fingono snob e dicono di non sopportarla, allora le palle ti girano davvero ad elica.

Dico, un po’ di coerenza, almeno.

Comunque ormai mi sono rassegnata al fatto di essere una mosca bianca (e anche cieca, vista l’enorma quantità di sbagli e sviste che prendo): ne prendo atto. Anzi, la mia ipotesi di essere in realtà una extraterrestre probabilmente frutto di un incontro clandestino tra un marziano e una venusiana si fa sempre più certa. Ora, siccome la mia presenza tra voi terrestri è frutto di un evidente sbaglio di consegne (la cicogna spaziale non ha centrato la galassia giusta), faccio buon viso a cattivo gioco e mi limito a studiare questo genere di essere vivente che si aggira per le vostre contrade. Vi do qualche suggerimento per riconoscerla, in modo da evitarla o da sfruttarla a vostro favore:

  • predilige ambienti bui, magari umidi e chiassosi, con luci strane a intermittenza e assurdi suoni tribali. La folla è un elemento essenziale per la sua sopravvivenza in società: non potendosi basare sulla qualità delle sue relazioni con gli altri esseri umani, cerca la quantità (e si sa, nel mucchio qualcosa si trova sempre).
  • ha un quoziente intellettivo piuttosto basso, e questo è probabilmente il suo punto di forza: diminuisce lo sforzo del maschio per entrare in relazione con lei, e di conseguenza aumenta esponenzialmente la sua richiesta sul mercato
  • non ha legami particolarmente sinceri con nessuno (ho notato che voi qui sulla terra tendete a riunirvi in branchi che chiamate “amici”): non si fa problemi a sottrarre con mezzi poco puritani il compagno ad un’altra femmina. Non perchè sia cattiva: semplicemente, non gliene frega niente dei sentimenti altrui
  • in genere si considera un esemplare unico e assolutamente originale
  • la sua occupazione principale riguarda se stessa e tutto ciò che c’entra con lei: essendo lei il mondo, in pratica le interessa il mondo. Questo può essere valutato un punto di forza; è “di bocca buona” e non si fa troppi problemi: se il maschio dimostra di avere lei come unico interesse, è fatta: lei lo adorerà (questo, mi rendo conto, è un circolo vizioso… ma in fondo qui di virtuoso c’è ben poco)
  • stranamente non ama circondarsi di esemplari del suo stesso genere, ma preferisce la compagnia maschile: altrettanto stranamente, considera le sue simili delle gran troie
  • in genere suscita abbastanza compassione, ma bisogna fare attenzione a non cedere su alcuni punti: stabilendo in partenza che il maschio che vi portate appresso è sposato con voi e che avete a casa una collezione di Jimmi Choo, potreste intrattenere con lei un rapporto civile
  • non ha caratteristi che fisiche particolarmente evidenti: come abbiamo detto non è questa gran bellezza. Vi basterà aspettare che inizi a parlare per riconoscerla (cioè, ti lovvo, se potrei allora facessi e altre amenità simili sono parte del suo ristretto vocabolario)

Non è difficile avvistare esemplari di questo genere, in quanto sono le più comuni e vivono prevalentemente in città: chiamasi Troia Vulgaris.

Poi, certo, ci sono anche le sottospecie: le Belle e Stupide sono piuttosto diffuse ma anche le meno esecrabili, in quanto compensare un gran bel corpo con altrettanta intelligenza è, diciamolo, un compito difficile.

Spero di aver fatto un quadro completo della situazione: probabile che ci sia una facoltà di Antropologia nella galassia di ComeSiChiama da dove provengo, nel qual caso quest’analisi potrebbe fruttarmi la borsa di studio.

Ho già abbandonato il mio intento di scrivere di cose serie e di un certo peso.

Dai, in fondo anche la mia vita ha un certo peso: se pensiamo che riesco a rompere le palle a più persone in contemporanea, compreso il mio cane, e che tutti vorrebbero allearsi per farmi fuori, non direi proprio che la mia esistenza sia così irrilevante. Forse per gli altri lo è, ma è questione di punti di vista.

Dunque, oggi penultimo esame delle vacanze estive. 52 gradi netti nello stanzino della prof, la quale ha pensato bene di orientare un ventilatore grande come un osservatorio astronomico (tipo quello di Contact, per intenderci) sul mio collo. Risultato: mi è venuta una specie di paresi alla colonna vertebrale e facevo una leggera fatica a concentrarmi per evitare il getto d’aria che mi sconquassava i capelli.

Comunque, è andato, evviva.

Ora si tratta di dare l’ultimo, per il quale nutro ben poche speranze, e poi fare ciao-ciao a tutti. Il problema è che fino ad agosto non ho prenotato nulla e mi sto pentendo di non aver organizzato qualcosa per luglio.

Così mi sto proponendo come ospite indesiderato a chiunque: se volete vi porto anche a spasso il cane, ma fatemi partire da qui, incartatemi, speditemi tramite FedEx: spalerò carbone sulle vostre navi da crociera, sarò la vostra reggi-crema-solare, vi terrò a debita distanza i pupi, ma portatemi con voi!

Sì, è vero. Milano d’estate, le foto alla città vuota, i parchi, le gite in bici.

MA NO! Io voglio par-ti-re!

Previous Older Entries

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.