Un giovedì pomeriggio qualsiasi. Sole e vento. Io che torno camminando piano dalla biblioteca, trovata chiusa come al solito. Passo di fianco ad un paio di mamme con bimbi al seguito. Una spinge un passeggino, sta parlando all’altra che le cammina vicino. Mentre le incrocio, sento uno scorcio di discorso. Camorra, guerra. Saviano.
Parlavano della guerra che c’è in Italia ormai da chissà quanto tempo. Della famosa formula mafia-spaghetti-mandolino. Quelle parole che prima o poi ti senti dire dagli amici stranieri. Ed è successo anche a me. Spiegare a degli amici polacchi cosa sia la guerra, in Italia.
Io, egoisticamente, non ne sono toccata. Ho i miei giorni belli e tempi grigi, ma la mafia lì non c’entra (solo la sfiga, c’entra). Eppure abito in un quartiere di Milano abitato in parte da famiglie mafiose. Non siamo a Napoli, ma le sparatorie esistono anche qui. E spaccio di droga, tanto.
Sarà forse sulla scia dell’intervista a Saviano di ieri, su CheTempoCheFa, sarà che ormai si parla di mafia e corruzione così come della pastasciutta: anche oggi se ne parlava, tra un cortile e un marciapiede.
Forse le cose non cambieranno tanto presto. Forse non cambieranno mai. Ma queste parole, questi discorsi, non sono inutili. Perchè i fantasmi esistono, ci sono: e le parole sono l’unica cosa che fa loro paura. Il sapere. Il diffondere. Le parole vivono, volano.
A volte, salvano.







