Archivio per Marzo, 2009

parole parole parole

Un giovedì pomeriggio qualsiasi. Sole e vento. Io che torno camminando piano dalla biblioteca, trovata chiusa come al solito. Passo di fianco ad un paio di mamme con bimbi al seguito. Una spinge un passeggino, sta parlando all’altra che le cammina vicino. Mentre le incrocio, sento uno scorcio di discorso. Camorra, guerra. Saviano.

Parlavano della guerra che c’è in Italia ormai da chissà quanto tempo. Della famosa formula mafia-spaghetti-mandolino. Quelle parole che prima o poi ti senti dire dagli amici stranieri. Ed è successo anche a me. Spiegare a degli amici polacchi cosa sia la guerra, in Italia.

Io, egoisticamente, non ne sono toccata. Ho i miei giorni belli e tempi grigi, ma la mafia lì non c’entra (solo la sfiga, c’entra). Eppure abito in un quartiere di Milano abitato in parte da famiglie mafiose. Non siamo a Napoli, ma le sparatorie esistono anche qui. E spaccio di droga, tanto.

Sarà forse sulla scia dell’intervista a Saviano di ieri, su CheTempoCheFa, sarà che ormai si parla di mafia e corruzione così come della pastasciutta: anche oggi se ne parlava, tra un cortile e un marciapiede.

Forse le cose non cambieranno tanto presto. Forse non cambieranno mai. Ma queste parole, questi discorsi, non sono inutili. Perchè i fantasmi esistono, ci sono: e le parole sono l’unica cosa che fa loro paura. Il sapere. Il diffondere. Le parole vivono, volano.

A volte, salvano.

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ogni cosa è illuminata

Giornate caotiche e poetiche. Giornate di sole e vento a Milano, che sembra di stare a Venezia o Trieste e persino i Navigli sembrano puliti. Io vago in giro per la città con la mia borsa viola e mi sento in vacanza. Scrivo, scatto foto, mangio gelati spettegolando, guardando, ridendo, sperando, scherzando, sognando.

Poi:  io non credo alla coincidenze. Credo che una cosa sia collegata ad un’altra da un filo sottile, come di ragnatela, tessuta da qualcuno che sta più in alto di noi. Ma non è un filo come quello che regge un burattino: è più un filo (che schifo dirlo) creato da un ragno. Lo tessiamo noi, alla fine, ma tende sempre verso le nuvole. Ecco: un filo d’aquilone. Sì, l’immagine è migliore (ho l’aracnofobia).

Ogni tanto ci scordiamo di questo filo, lo tendiamo fino a volerlo rompere, ci facciamo strozzare, lo vogliamo tagliare, contorcere, spezzare. Ma c’è. C’è sempre.

Ecco. Dopo questo preambolo estremamente colto, dico solo che non è un caso se ho perso la testa per i Gogol Bordello.

Sì, sembra che non c’entri nulla con tutta la storia sui fili, i cieli, le nuvole, gli aquiloni e i ragni (blah). Ma c’entra eccome. Solo che non posso raccontarla tutta. Anche perchè: 1) sarebbe troppo lunga 2) sarebbe troppo personale (e lo so, in un blog si dovrebbe scrivere di tutto ma qualcosa me lo voglio tenere per me).

Detto questo:

  • Huliganijetta è la loro canzone più bella
  • Eugene è chiaramente un figo: per di più ucraino. Sentirlo parlare e capire ciò che dice è un sogno. Un po’ per me che capisco di non aver proprio buttato via 3 anni di russo, un po’ perchè ho un paio di amici ucraini, e sentire lui me li fa comparire come ologrammi davanti agli occhi (e mi mancano un sacco).

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  • Everything is illuminated è poi un’altra ragione per amarli: ho visto solo il film per ora, il libro lo riservo al futuro. Un capolavoro, in ogni caso. Va visto, sentito, capito: ho riso da sola come una scema per alcune scene, e pianto sul serio per altre (spiego “pianto”: quando ti scende quella lacrima che ti scorre dritta fino al mento, solo una. Una basta perchè il film abbia un senso. Diverso dal pianto inutile di certi film che dovrebbero essere romantici e invece sono solo petulanti. Per intenderci: non ho pianto con Titanic -anche se avrei potuto, dato che fa parte della storia di famiglia- ma con Il Signore degli Anelli).

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Detto questo, so che non è assolutamente un caso che mi sia imbattuta in certe persone, in certe musiche e in certi sogni: perchè mi conducevano tutti qua. E il sentiero -lo vedo in lontananza- è ancora lungo, e ad un certo punto fa una curva. Ho una voglia matta di percorrerlo.

Ogni cosa è illuminata.

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winter is over

L’odore della vernice in una casa nuova. I tulipani rossi. Togliersi la giacca sotto il sole. Capelli rossi al vento. Un complimento che mi farà fare strada. Una pagina del New York Times. Danze pazze per la festa di San Patrizio. Birra dal sapore familiare e abbracci tra cugine. Un “credo che…”. L’azzurro del cielo.

Foto sparse. La scrivania nuova. La voglia di andare via, di cavarmela da sola. Un progetto che gira, e forse funzionerà. Londra. Una maglietta verde. Idee di viaggi e idee di ritorni. Nessun rimpianto e tanti sogni. Dei sorrisi rubati in via Sant’Agnese. Scarabocchi sull’agenda. Una matita blu comprata a Dublino.

Un respiro. Poi un altro.

E il sogno, la voglia (tanta, tantissima) di andare via. Lo farò. Promesso.

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nuovi idoli

Nuovi idoli da aggiungere all’Olimpo personale:

  1. il Van de Sfroos, paragonabile allo Zeus dei cari vecchi greci, a parimerito con JD di Scrubs, anche se il fatto che lui esista davvero e ieri mi abbia fatto dono del suo autografo lo rende di sicuro molto più affascinante…
  2. I Teka P, nuovi dei che irrompono sul sopracitato monte greco: un monumento è già in costruzione per loro

Ogni tanto sostare per indeterminare ore in Cattolica porta i suoi frutti: a parte il fatto di essermi persa Travaglio (e mi do suon di sberloni per questo), questa lezione-spettacolo è stata proprio azzeccata.

Tanto di cappello ai miei nuovi idoli. Benvenuti nella marea di stramberie, sogni, bisogni e genialate che regnano nella mia testa!

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scarpe nuove, vita nuova

Eccomi di nuovo in modalità scemenze. Siccome è un periodo abbastanza denso di scelte serie, consapevoli ed irreversibili, l’unico modo che conosco per non farmi sopraffare da tutto ciò è buttarla sul ridere. E sullo shopping. Premetto che non sono una malata delle spese; spendo volentieri tutti i miei risparmi soltanto in due cose: libri e viaggi, il resto è inutile. In ogni caso i vestiti me li compro, non sono una maniaca che va in giro nuda.

Comunque: dato che, come dicevo, è periodo di riflessioni piuttosto forzate e a livello di terapia psicologica (più di una persona è convinta che abbia avuto un’infanzia disturbata, forse per alcune mie stramberie che ogni tanto tiro fuori come fossero cose normali: però, davvero, nessuno mia ha mai picchiato nè ho vissuto in cantine costretta a cucire), ho deciso di dare un taglio al passato (e tra l’altro anche ai capelli, ma il parrucchiere va rimandato a settimana prossima). Ho buttato via una delle cose a cui ero più legata, soprattutto per i bellissimi ricordi che porta con sè: il mio paio di Gazelle Adidas.

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Queste gloriose scarpe hanno passato la GMG di Colonia del 2005, (compresi i campi di patate di Marienfeld), le stradine di campagna della Toscana e le vie bagnate dalla pioggia di Dublino, il fango dell’Agorà di Loreto e i ponti di Praga, le passeggiate di montagna di Moggio e i ciottoli di Santa Maria delle Grazie della mia città…

Alla fine sono molto affezionata a loro, un sacco di ricordi le vedono protagoniste ai miei piedi. Solo che ormai hanno la suola del tutto consumata e fanno passare l’acqua da ogni buco: oggi, per l’ennesima volta, ero in sala lettura in università a strofinare un piede contro l’altro per cercare di fare asciugare le calze… insomma, hanno fatto il loro tempo. Però: medaglia al valore. Fossero tutte così le scarpe…

Così le ho sostituite con le Superstar: già se la tirano, le nuove arrivate. Poi, con un nome così…

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Ecco, dunqe: taglio al passato e via. Senza guardarsi indietro. Forse farà da stimolo per nuove riflessioni psicologiche il fatto che io mi affezioni ad un paio di scarpe. Magari qualcuno dirà che ho dei traumi da separazione mai superati.

O semplicemente, è un po’ di sana nostalgia per quei giorni in cui camminavo senza meta, e mi andava bene così.

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serenella

… E poi sono di nuovo qui ad ascoltarmi “1950″ di Minghi. Per l’ennesima volta, questa settimana. E’ una cosa da autolesionisti. Eppure persevero nel farmi del male. Come ieri, quando mi sono lasciata cullare dalla stupidissima idea che il mio sogno si potesse realizzare. Chissà perchè.

Penso una cosa: non sono capace di tenermi un sogno in tasca neanche per un po’. La realtà mi piove tra i capelli prima, e mi bagna tutta la faccia, mi porta via dagli occhi quel po’ di color indaco… Tra le lentiggini ho ancora incastrate certe parole, certe carezze. Ma è così: farsi del male.

“… e tu che aspetti me, con i capelli giù/io li carezzerò/ seduti al nostro caffè…”

La mia fotografia: una macro che è durata mezzo secondo. Eppure, non mi pento. E’ stato un meteorite, una stella scoppiata in mille pezzi, ma che ha fatto luce per alcuni attimi.

Dicevo: non sono capace di tenermi i sogni in tasca. E vabbè, lasciamoli scorrere insieme alla pioggia di Milano, così bella anche se fa freddo, anche se nasconde la luna. Arriverà  la primavera.

E vento e sole… e la nostra Milano così bella…

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ogni fine è un nuovo inizio? mah…

Sera di fine inverno. Mi sto inventando un finale che non c’è, in questa storia. Perchè tutto finisce ancora prima di iniziare. O quando è appena iniziato. Mai quando dovrebbe finire. Come quando stai guardando il tuo telefilm preferito e squilla il telefono, ed è una persona che non senti da una vita, e ti deve raccontare tutto. Così ti perdi la scena più importante. A parte il misantropismo insito in questo esempio, con me funziona sempre così. La parola FINE arriva nello stesso momento dell’INIZIO. C’è chiaramente qualcosa che non va.

Poi, giramento di palle a manetta e delusioni cocenti. Da gente che non t’aspetti. Cioè, un po’ te l’aspetti, perchè conosci certi esemplari di cretinaggine siderale, però speri che in qualche modo crescano, e abbandonino i loro propositi di farti del male facendo finta di nulla. E invece NO.

Che poi, ora faccio la sgargiante e ci rido su, ma all’inizio ci rimango davvero male. Sono una di quelle che, diciamocelo, cova progetti vendicativi, ma non sa mai come metterli in pratica, perchè poi compare Messer Senso di Colpa e Madama Eleganza: dunque si decide di soprassedere.

Poi, un’altra cosa: sono davvero stufa di sentire le persone della mia età che si lamentano perchè sono stanche. Cioè, ci sta se hai sonno, se hai lavorato come un mulo perchè studi e lavori e dai una mano in casa, e nel frattempo trovi anche il tempo di fare sogni. Ma non lo accetto da chi si lascia vivere, e cerca di trascinarti con sè.

Perdonatemi l’eccesso di lamentazioni, ma ho paura di scoppiare. Sono già scoppiata ieri, e me ne vergogno come un cane, perchè vorrei poter lasciare i dispiaceri fuori dalla porta e dedicarmi solo a chi invece mi vuole bene e ai miei progetti. Ma non ci riesco. Non del tutto, almeno: ho ancora la pelle tenera.

Dalla mia ho un sacco e una sporta di stelle: praterie intere di sogni appena nati e di secolari sogni dalla corteccia spessa come quercia.

E poi, la benedetta Speranza… Chissà mai che si faccia occhi e parole, ogni tanto ………………………

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