Archivio per Aprile, 2009

treni a vapore

Sottofondo dei “Treni a vapore” della Mannoia…

Flashback di bambina, sul sedile posteriore dell’auto. Noi in viaggio verso la montagna: Dobbiaco, le Dolomiti, le scarpinate con mamma e papà e il fratellino che è diventato il mio compagno di giochi preferito.

E i mille sogni che già si accendevano nei miei occhi, e si confondevano con le lentiggini e i riccioli color nutella.

Quando le domande e i dubbi mi assalgono, tra una giornata e l’altra  (che sembrano così uguali…) allora mi rifugio tra i morbidi cuscini della musica che conosco bene: quella che mi riporta a ricordi, profumi, sogni che prendono vita. Perchè la cosa bella non è tanto quando si realizzano i sogni, ma quando nascono, e sciogliono la neve.

Perchè anche oggi ho perso un pezzo di me. Ho perso una briciola di fiducia che avevo in un’amica. Ho perso un pezzo di futuro e ne ho aggiunto un altro, e spero che regga.

Di nuovo tempesta, dunque. Di nuovo quei pensieri… Di nuovo sono una tazzina di caffè tra le onde dell’oceano.

Di nuovo sono un buon libro e buone amiche a salvarmi.

Domani, non so cosa farò. “Come i treni a vapore/ il dolore passerà”.

Spingo la testa fuori dal finestrino dell’auto, la musica dell’autoradio si confonde con i profili degli alberi che scorrono veloci ai miei occhi/ mamma canta a squarciagola le canzoni, Simo ride e papà guida veloce/ verso la montagna/ verso quella montagna di sogni…

…di pioggia in pioggia/ il dolore passerà …

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uno e nessuno

Quando tutto scivola. Il rumore che fa “l’anima quando si sfonda” (da una canzone del Vande). Lo schiocco rigido e improvviso di un ramo che si spezza. Il pianto scrosciante delle lacrime di vetro che si sfracellano a terra.

Sono suoni che fanno fracasso, danno fastidio, rompono quella quiete di cristallo che prima esisteva. E ora non c’è più. E magari tra tre minuti si creerà di nuovo. Rumori a me molto noti, perchè mi accompagnano sempre. Sono attutiti, in giornate normali. E poi esplodono come il caos che si crea all’ora di punta in Piazzale Cadorna. E’ così. Dentro di me non c’è mai pace. Dentro di me è sempre ora di punta.

Capita che in un sabato sera qualunque realizzi cose che in giornate di ordinaria follia e profonda introspezione non cogli. E’ così che capisco di non avere un posto. Uno spazio.

Io non ho spazio perchè non voglio crearmelo. Perchè io voglio vagare ovunque. Essere tutti e nessuno. Essere me stessa e non esserlo. Questo significa essere pazzi. Lo so bene. Non è che sono così sempre, comunque. Però, qualcosa che urla qua sotto c’è. Impossibile ignorarlo.

Che ci vuoi fare. La mia anima è il palco pirandelliano dell’assurdo. Ogni tanto c’è qualche rappresentazione sana: che so, la Locandiera. Ma poi arriva Aspettando Godot. E lì, inutile raccontarsi balle, è l’assurdità piena e completa.

Dev’essere così: sono pazza. In fondo, dicono che i pazzi sono più lucidi di qualsiasi filosofo saccente o strizzacervelli  arguto. E siccome io di filosofia e psicologia non capisco un’acca, devo essere pazza.

D’altra parte, “è tutta colpa della Luna: quando si avvicina troppo alla Terra, fa impazzire tutti” (Shakespeare, lo diceva, nell’Othello).

Solo, io devo ancora capire qual è la mia Luna.

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grad day!

Mi sono laureata!! Evviva evviva. Momenti di puro panico prima di varcare la soglia della Pio XI e poi via. a parlare del Signore degli Anelli e amenità simili. Poi tradizionale corsa con salto delle siepi e foto di gruppo sotto l’ippocastano del primo chiostro. Io, il mio alloro in testa, la famiglia e gli amici di una vita, nuovi e vecchi.

Eccomi dunque qui: laureata. Dottoressa. Mamma mia. Sogni che prendono vita. Nuovi viaggi in programma. Non farò il giro del mondo, ma per quest’estate ho parecchi progetti. Non resta che incrociare le dita e sperare in bene!

Per ora, un salto d’ostacolo è andato bene. Ora, sotto a chi tocca!

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5 minuti di silenzio

In questi giorni il silenzio parla più di molte parole. La terra trema, e rade al suolo una città. Tantissimi giovani, giovani come me. Come me che sto bene, studio, scrivo, canto, suono, parlo, sogno. Non ci sono più. Una parte della mia famiglia abita da quelle parti. Stanno tutti bene, ma alcuni hanno perso la casa. Gente anziana, che si vede sottratta la casa in cui ha abitato una vita. Chissà cosa passa per la testa di queste persone. Io non lo so. So che non se lo meritano, così come molti non si meritano di morire per altre ragioni molto più stupide.

Ma non è questo il punto. Il punto è che chiedersi il perchè del male è sempre stata una domanda senza risposta.

In generale, molti dei miei perchè non hanno mai avuto molte risposte.

Eppure. Eppure c’è una Speranza. La stessa che manda avanti milioni di persone, ogni giorno, contro la fatica, il dolore, i sogni infranti e le sconfitte.

 Quella Speranza che si celebra tra poco: una porta chiusa, di pietra, che si apre, si spalanca, e lascia filtrare la luce.

Ma adesso, è ancora tempo di silenzio: 5 minuti. Mi sembra proprio il minimo.

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gioventù bruciata

Passato il peggio, il sole è tornato. E la mia meteoropatia si è un po’ attenuata.

Domani partecipo alla Stramilano, assieme a qualcuno della Compagnia dei Pazzi, cioè: i miei amici. Non siamo minimamente allenati. Non in senso classico, almeno. E’ vero che ogni tanto vado al parco a correre -quando c’è sole e non ci sono troppe mamme e bimbi in giro, se no finisco col fare lo slalom e basta. E’ vero che ogni giorno se non mi faccio un km a piedi per andare da qualunque parte, mi sento in colpa verso le mie gambe (che, se esistono, avranno pure uno scopo: camminare). E’ vero che sono stata definita una “milanese anomala” da un Essere da me precedentemente citato, ma, insomma, vero e proprio allenamento non ne ho.

Cercheremo di non schiattare.

Detto questo, mi sto preparando psicologicamente alla mia imminente laurea. Ma, a dir la verità, per quanto mi sforzi di sentirmi orgogliosa, non ne cavo un ragno dal buco. Cioè, sono contenta, ma non me ne frega più di tanto. Non è il coronamento di nessun sogno. Solo lo sforzo di molte fatiche, innumerevoli incazzature e studi sovrumani e perenni. Dunque, viva me. Più che altro è tutto il corredo che c’è dietro: la scelta del vestito (che ho tra l’altro preso al quartiere Isola, in un fantastico negozio-laboratorio indipendente che produce tessuti dalle fibre del latte o da materiale riciclato, ed eletto perciò a mio nuovo idolo), le bomboniere (solidali, almeno servono a qualcosa di più che non a infesciare le credenze di amici e parenti), gli inviti (un brutalissimo messaggio di posta elettronica :P ) e chissà-che-altro.

Comunque, mi laureo. Brava Mirtillo.

Poi, sono ossessionata da un problema, e ieri ne parlavo proprio con la Fede in un baretto vicino all’ università. E cioè che la morosite sta dilagando inesorabile. La morosite è la nuova malattia che sta affliggendo gran parte dei nostri amici (nella Compagnia si salvano però quasi tutti, meno male). Ovverosia: sei single e dici di essere indipendente, felice e pieno di sogni e ambizioni per il tuo futuro, giuri e spergiuri che l’amicizia per te è la cosa più importante del mondo, crei progetti con i tuoi amici, sogni viaggi e avventure, sei pieno di ideali, fiducia e allegria. Poi arriva lui: il moroso. Ed è l’inizio della fine.

Ecco come riconoscere i sintomi:

  1. Inizi a spargere la voce che sei stanco, che questo sabato non esci. Poi, quel viaggio che dovevi fare insieme agli altri, mah, costa troppo, si vedrà.
  2. Rinunci alla squadra di calcio, alla band, al cinema in compagnia, al volontariato, ai pomeriggi passati in università. Perchè, insomma, il mio amorino è troppo importante e il resto viene dopo.
  3.  Quando c’è qualcosa che non va, o si discute di qualcosa con gli amici, liquidi tutto con un “mah, è la vita”, e intanto sorridi beato, anche se non c’è nessun motivo per essere felici (o almeno per gli altri, ma ormai sei già vicino ad uno stadio per cui degli altri ti frega relativamente). Poi, in un tornado di avvenimenti, cambia tutto in maniera irreparabile, e attorno a te si crea terra bruciata:
  4. un amico ti chiede una mano, o magari necessita solo di un consiglio, o di essere ascoltato, e la tua risposta è: “vedrai che passerà. Io, invece, ieri sono uscito/a con…e mi ha detto che…poi io gli faccio…e lui/lei fa…e io gli faccio…”. Al che l’amico finisce per mandarti in un simpatico posto sconosciuto ai più, ma tu tanto te ne freghi dell’amico e pensi solo al tuo amorino che ti aspetta sotto casa.
  5. E’ l’anniversario del vostro primo bacio/carezza/solletico/sguardo/telefonata/incidente in motorino/tappeto persiano comprato insieme/ film horror visto insieme/mangiata di hamburger fatta insieme ecc ecc … . E’ anche il compleanno/laurea/matrimonio del vostro amico e di mille altri (vorrei ben vedere, c’è un anniversario per ogni giorno dell’anno), ma la cosa non solo non vi frega, ma vi infastidisce perchè dovete telefonare per dire che non ci sarete, e dovrete anche cercare di non essere scortesi perchè, insomma, con tutti i giorni in cui poteva nascere, proprio l’anniversario del vostro primo tubetto di dentifricio comprato insieme doveva scegliere!
  6. La vita vi sfugge di mano, i cataclismi si susseguono, il resto del mondo si evolve, Berlusconi perde i capelli, ma, insomma, chissenefrega: voi siete felicemente fidanzati!

Signori, se ciò accade, avete la morosite. Poche speranze di sopravvivenza.

Ma, se avete buoni amici e un’intelligenza indipendente e una buona quantità di sogni importanti, allora avete ancora speranza. In fondo, se essere protagonisti o no della vostra vita, deve fregare soprattutto a voi.

Io, nel frattempo, vivo.

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pioggia, paure, parole

Il cielo oggi ha il colore del ghiaccio sporco. Fa quasi freddo, piove.

“Amandoti” riempie lo spazio intorno a me. Le tende bianche tirate lasciano entrare la malinconia dell’acqua scrosciante.

E’ un periodo denso di cambiamenti. Piccoli e grandi. Cose che dovrebbero farmi stare meglio e invece ottengono l’effetto opposto.

Mi sento come un gabbia intorno al corpo, come mille fili che mi tirano in mille direzioni diverse.

Tutti mi danno consigli, mi vogliono indirizzare sulla strada giusta, farmi ragionare, farmi rimanere coi piedi per terra, darmi scadenze. E io sto male. Non voglio consigli perchè, come dice il Liga, ”a sbagliare, sono bravissimo da me”. Non voglio smontare i miei sogni perchè “la vita è dura, e il lavoro anche”. Come se non lo sapessi.

Io già lavoro. Lavoro e studio. E fin da bambina sono sempre stata “quella giudiziosa”.

Ora no. Ora non lo sono più. O meglio, lo sono con me stessa. Perchè ascolto il mio cuore. E vedo che vuole portarmi lontano.

Ma non è facile, e io ho paura. Ho paura un giorno di svegliarmi, e vedere che ho abbandonato tutti i miei sogni perchè era diventato tutto troppo duro, difficile, buio. Non mi spaventano le cadute, ne ho già fatte parecchie. Mi spaventa l’idea di diventare ciò che mi fa orrore, ciò che odio e disprezzo. Perchè poi, si diventa amari.

Le persone sole -sole dentro e fuori- sono le più amare, perchè vivono di rancore. Verso il mondo, e soprattutto verso se stesse.

Io non voglio diventare così. Ma è dura, è tanto dura.

Non ne posso più di permettere alla gente di farmi sentire insicura, e sola contro il mondo. Perchè io non sono così.

Ma ho paura. E’ così, non mi nascondo.

Sarà la pioggia… ma in questa giornata di acqua continua, mi sento uno schifo.

Mi servirebbe qualcuno che mi dicesse:

“vieni via con me/ …c’è un accappatoio azzurro/ fuori piove un mondo freddo…”

… e mi sentirei meno fredda anch’io ….

peanuts

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