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la moglie e l’amante

Tornata dalla mia seconda casa. Per i profani: l’Irlanda, nello specifico Dublino. Inutile versare chili di inchiostro virtuale per descrivere tutto ciò che ho visto, provato, sentito, toccato. E il colore verde è troppo riduttivo. Direi che ho visto proprio tutti i colori. In ogni senso possibile e immaginabile.

Un pezzo di me è chiaramente ancora là, soprattutto per le persone straordinarie che ho incotrato: e non importa che siano già tornati a casa anche loro, in Spagna, Francia, Venezuela e VatteLaPesca, perchè il mio stare con loro è ancora là, immortalato come in una fotografia, in un attimo che è stato solo nostro.

Milano mi è mancata comunque un sacco. Oggi ho passato la giornata con la mia migliore amica, e mi è sembrato di avere Milano pronta a riaccogliermi, stesa ai miei piedi, con i suoi kilometri di asfalto e di parchi verdi, di profumi di gelaterie e di fontane in centro. Mi piacerà ancora di più in agosto, quando sarò sola in città, e la poesia si impadronità di me. Sì, perchè Milano vuota è solo poesia.

Sto ripensando all’avventura che ho appena concluso, alla normalità che mi sta riaccogliendo pian piano, alle abitudini che prendono il posto delle novità. Ho dovuto smettere di guardare dalla parte “sbagliata” della strada per attraversare o mettermi in fila per salire sugli autobus: le vecchiette italiane sono molto più agguerrite di quelle irlandesi, e ti calpestano i piedi pur di salire per prime. La calma degli irlandesi è proverbiale. Sarà che finito il lavoro (per quelli che ce l’hanno) non c’è molto altro da fare se non farsi una Guinness e sparlare degli inglesi. E come cosa a me va benissimo. Sono sempre stata troppo frenetica, anche quando non avevo molto da fare. Ma sono così. Fretta fretta fretta.

Che dire, ora si prospetta un’estate di lavoro, campo scuola con Lau, mare (suono di trombe e arpe celesti), varie ed eventuali, tra cui la probabile uscita ad Ondaland di sabato, se il cielo ci farà la grazia di non scaricare fulmini e saette in giornata.

Poi… bè, poi ci sono anche novità di “altro” tipo, e “altro” è sussurrato nell’orecchio di un’amica, la quale sa già subito con che domanda partire: “oooh! come si chiama??”.

Ma questa è un’altra storia.

Kings of Leon a palla. Milano, sono tornata. Dublino, mi manchi…

La moglie e l’amante.

EF @ Dublin!!! 025

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ogni cosa è illuminata

Giornate caotiche e poetiche. Giornate di sole e vento a Milano, che sembra di stare a Venezia o Trieste e persino i Navigli sembrano puliti. Io vago in giro per la città con la mia borsa viola e mi sento in vacanza. Scrivo, scatto foto, mangio gelati spettegolando, guardando, ridendo, sperando, scherzando, sognando.

Poi:  io non credo alla coincidenze. Credo che una cosa sia collegata ad un’altra da un filo sottile, come di ragnatela, tessuta da qualcuno che sta più in alto di noi. Ma non è un filo come quello che regge un burattino: è più un filo (che schifo dirlo) creato da un ragno. Lo tessiamo noi, alla fine, ma tende sempre verso le nuvole. Ecco: un filo d’aquilone. Sì, l’immagine è migliore (ho l’aracnofobia).

Ogni tanto ci scordiamo di questo filo, lo tendiamo fino a volerlo rompere, ci facciamo strozzare, lo vogliamo tagliare, contorcere, spezzare. Ma c’è. C’è sempre.

Ecco. Dopo questo preambolo estremamente colto, dico solo che non è un caso se ho perso la testa per i Gogol Bordello.

Sì, sembra che non c’entri nulla con tutta la storia sui fili, i cieli, le nuvole, gli aquiloni e i ragni (blah). Ma c’entra eccome. Solo che non posso raccontarla tutta. Anche perchè: 1) sarebbe troppo lunga 2) sarebbe troppo personale (e lo so, in un blog si dovrebbe scrivere di tutto ma qualcosa me lo voglio tenere per me).

Detto questo:

  • Huliganijetta è la loro canzone più bella
  • Eugene è chiaramente un figo: per di più ucraino. Sentirlo parlare e capire ciò che dice è un sogno. Un po’ per me che capisco di non aver proprio buttato via 3 anni di russo, un po’ perchè ho un paio di amici ucraini, e sentire lui me li fa comparire come ologrammi davanti agli occhi (e mi mancano un sacco).

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  • Everything is illuminated è poi un’altra ragione per amarli: ho visto solo il film per ora, il libro lo riservo al futuro. Un capolavoro, in ogni caso. Va visto, sentito, capito: ho riso da sola come una scema per alcune scene, e pianto sul serio per altre (spiego “pianto”: quando ti scende quella lacrima che ti scorre dritta fino al mento, solo una. Una basta perchè il film abbia un senso. Diverso dal pianto inutile di certi film che dovrebbero essere romantici e invece sono solo petulanti. Per intenderci: non ho pianto con Titanic -anche se avrei potuto, dato che fa parte della storia di famiglia- ma con Il Signore degli Anelli).

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Detto questo, so che non è assolutamente un caso che mi sia imbattuta in certe persone, in certe musiche e in certi sogni: perchè mi conducevano tutti qua. E il sentiero -lo vedo in lontananza- è ancora lungo, e ad un certo punto fa una curva. Ho una voglia matta di percorrerlo.

Ogni cosa è illuminata.

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serenella

… E poi sono di nuovo qui ad ascoltarmi “1950″ di Minghi. Per l’ennesima volta, questa settimana. E’ una cosa da autolesionisti. Eppure persevero nel farmi del male. Come ieri, quando mi sono lasciata cullare dalla stupidissima idea che il mio sogno si potesse realizzare. Chissà perchè.

Penso una cosa: non sono capace di tenermi un sogno in tasca neanche per un po’. La realtà mi piove tra i capelli prima, e mi bagna tutta la faccia, mi porta via dagli occhi quel po’ di color indaco… Tra le lentiggini ho ancora incastrate certe parole, certe carezze. Ma è così: farsi del male.

“… e tu che aspetti me, con i capelli giù/io li carezzerò/ seduti al nostro caffè…”

La mia fotografia: una macro che è durata mezzo secondo. Eppure, non mi pento. E’ stato un meteorite, una stella scoppiata in mille pezzi, ma che ha fatto luce per alcuni attimi.

Dicevo: non sono capace di tenermi i sogni in tasca. E vabbè, lasciamoli scorrere insieme alla pioggia di Milano, così bella anche se fa freddo, anche se nasconde la luna. Arriverà  la primavera.

E vento e sole… e la nostra Milano così bella…

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qui e là

Mercoledì= giorno lavorativo. Ergo: giornata in ufficio, densa di figure di cacca che faccio sempre, con chiunque, dalla donna delle pulizie al capo super capo.

Lì dicono tutti che sono sveglia, che imparo in fretta et cetera et cetera. Tacciono con cautela le mie gaffes da manuale, come il salutare il capo con un “ciao” a volume spiegato, dopo averlo scambiato per il ragazzino nuovo che lavora lì. Vabbè. C’è di buono che, essendo la jolly della situazione, non ho il mio ufficio fisso, perciò sto testando le scrivanie e i computer di ogni persona. Oggi mi è capitata quella del direttore del personale, con mega poltrona di pelle e schienale reclinabile… wow. Ovviamente non mi sono fatta troppi perchè sullo schienale, difficile che uno scriva al pc o prenda appuntamenti in posizione supina. Basta, non indaghiamo oltre.

Il mio cuore irlandese ha ripreso a battere all’impazzata: io e altre 2 (o forse 3) folli stiamo organizzando un viaggio nella Terra Verde, nella mia Terra di Mezzo, nel Mio Mondo. Il Luogo con la “L” maiuscolerrima. Il Posto da dove non si vorrebbe più andar via. Ebbene sì. Ancora non ci credo, ma rivedrò Dublino e altri scorci d’Irlanda.

Nel frattempo, mi godo questi momenti, qui dove sono. Milano sembra addormentata sotto una coltre di nubi, quasi annoiata e un po’ indolente. Peccato che l’unica occhiata di sole sia uscita mentre ero rinchiusa in ufficio: sarei andata fuori a correre:  musica nelle orecchie e, negli occhi, tanti sogni

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colpo d’occhio

Sul tavolo il mio bicchiere blu con il tè al mirtillo. Il profumo più rilassante del mondo… mi sento molto english.

Appena portata la bimba a danza, torno a casa facendo la strada più lunga. Quando le vie iniziano a diventare un po’ più buie, e l’aria diventa più fredda e leggera, mi piace un sacco camminare.

Come al solito, lascio i pensieri a briglia sciolta. E’ da un po’ che i pensieri non mi fanno male. Li sento scivolare fuori dalla testa, mi corrono tra i piedi, ma nessuno di loro è, come dire… cattivo.

La realtà è che ho un sacco di cose a cui pensare. Non tutte positive, certo. Ma intanto ci sono: i miei sogni, che mi tengono compagnia, come hanno sempre fatto. Sono sogni fatti di occhi e braccia, in realtà. Non sono utopie, come spesso capitava, sono semplicemente realtà in divenire. Possibilità. Che Dio me la mandi buona.

I rapporti con la Derelitta non vanno tanto bene. Rimaniamo sempre in superficie, senza sporgerci mai. Non riesco a capire se fosse anche prima così, e avevo le fette di salame sugli occhi, o se davvero è cambiato qualcosa. Mah.

Poi, vabbè, ho anche qualche paia d’occhi vispi all’orizzonte: ancora non capisco se mi possano interessare veramente o no. Cioè, la diversità c’è, però… insomma, non insormontabili. Non da dover litigare tutti i giorni. E’ quella diversità giusta. Le persone troppo simili a me mi annoiano.

D’altra parte, sono una trottola: datemi un paio d’occhi azzurri che vedano, ascoltino e sentano cose diverse dalle mie, e vi faccio il giro del mondo per averli.

Eccomi. Ora finisco di bere il mio tè mirtilloso, ascolto ancora un po’ di Norah Jones e mi do alla lettura.

Per oggi, di sogni ne ho abbastanza da riempire notti intere.

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senza nome

… di nuovo controcorrente … di nuovo sulla punta dello scoglio… e io che cado di nuovo ….

mah ………………. … .. .

–  Milano ora ha i contorni della nebbia, e camminarci dentro ti fa rabbrividire, di freddo e di dubbi umidi. La neve nel parco non si è ancora sciolta, ma è diventata ghiaccio.

Ci cammino sopra con forza, cerco di scalfire con i piedi questa lastra indistruttibile, che solo un po’ di sole renderà acqua. Bilancio tutto il mio peso in basso. Da bambina mi divertivo a lanciarmi nelle pozzanghere, con tanto di rincorsa: più mi sporcavo di fango, più ero felice. Bene, è quello che sto cercando di fare ora. Ma il ghiaccio è solido, saltarci dentro è impossibile, al massimo sopra.

Questo mi fa imbestialire. Perchè non riesco a scalfirti, a farti un graffio, una cicatrice, stupida lastra ghiacciata.

Continuo la mia passeggiata tra i corridoi di ghiaia e gli alberi coi rami tesi verso il cielo, a fendere la nebbia.

Sono l’unica presenza, qui, e fa quasi buio. Forse c’è un signore con un cane dall’altra parte del parco, mi sembra di sentire i latrati, da lontano.

Credo sia ora di rientrare, rabbrividisco.

Riprenderò la mia lotta col ghiaccio domani, e domani, e domani ancora, finchè non l’avrò graffiato coi denti o finchè un sole lo scioglierà.

Intanto che affilo le unghie, prendo un respiro… e spero che arrivi il sole/ prima di me.

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through the twilight

Milano ora è grigia e sembra mezza rintronata del solito traffico. Le solite macchine cariche di gente frettolosa e con le palle girate, pronte a tirarti sotto se non attraversi di corsa le strisce pedonali. Eppure stanotte qui ha nevicato. Ora non è rimasta nemmeno l’ombra della neve, ma stamattina presto, mentre andavo in pigiama e piedi nudi alla finestra per guardare fuori, ho visto un velo bianco che ricopriva i tetti e il prato del parco di fronte.

Ora si è sciolta tutta, ma vabbè, ritornerà. Anche perchè qui la temperatura è scesa parecchio, dato che in un’ aula in cui di solito crepavo di caldo, oggi ho passato due ore a scrivere con su la sciarpa e sfregandomi le mani ogni trenta secondi (ad un certo punto ci siamo seduti tutti vicini per creare almeno un po’ di calore umano, che teneri).

Questo clima comunque mi piace da impazzire, questa Milano scorbutica e sporca si trasforma appena volti l’angolo. Spesso mi piace tornare a casa da sola, anche se è tardi, perchè adoro camminare quando tutto è buio e silenzioso. Ok, fa un po’ lugubre, ma è così. Specialmente se sono ripiena di pensieri e sogni.

A volte mi sembra di vivere in un’altra dimensione rispetto ad altre persone. Soprattutto rispetto a persone che mi sono molto vicine. Ma è così. E’ una cosa che non si può spiegare, non si vede, non si tocca. Una sensazione di cui non si può nemmeno parlare, tanto è leggera. Un velo. Ma c’è, si sente.

In fondo in fondo/ da qualche parte tra la pelle e l’anima/ c’è un cuore diverso che batte/ ha una musica tutta sua/ balla volentieri sul ritmo di altri cuori/ ma la melodia giusta, quella che s’incastra alla perfezione con il suo, deve ancora trovarla…

… è questione di un battito d’ali/ e di non farsi trascinare a terra da ritmi spenti e ottusi/…

… la musica perfetta deve ancora arrivare.

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waiting for some fresh ice cubs …

Musica e parole.
Ho di nuovo smesso di studiare per scrivere, sentire musica, pensare. Pensare, basta pensare!
E’ che fa troppo caldo per fare qualunque cosa, ogni minimo accenno di movimento mi fa sentire una foca spiaggiata. Male, molto male, perchè vorrei fare migliaia di cose.
Mi arrendo a questo clima torrido che tanto adora la gente comune… io sono più da inverno, da piumone e coccole e cioccolata calda…
Eppure no, Milano è così bella d’estate, soprattutto d’agosto, quando si svuota e puoi andartene in giro in bici senza rischiare tutte le volte di essere asfaltata da un suv. E’ bella quando te ne stai sul divano la sera, a guardarti i film in bianco e nero con Sordi e Vittorio De Sica, e fuori non si sente neanche il traffico, ma anzi sembra che sia il caldo a far rumore … è bella e non sembra neanche lei, solo il centro rimane infestato di turisti giapponesi e gruppetti di bocia che stanno con i piedi nelle fontane. E’ bella anche perchè in agosto non sono così ingarbugliata di esami e non devo starmene con la testa sui libri: prendo a craniate il tavolo, ma sento che la mente è lontana ….
Pazienza, arrendiamoci, dai.
Non pensare Mar, non pensare.
Cucina, studia, lava, stendi, compra, leggi, scrivi …
Se no, con ’sto caldo, mi si surriscalda anche il cervello …

Ho bisogno di ghiaccio …

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o mia bela madunina

Oggi, un delirio di turisti a Milano. Non credo di averne mai visti così tanti in un solo giorno ( a parte quando ci sono le partite con squadre scozzesi, inglesi o tedesche: allora è un carnaio, ma rimedio sempre un paio di lattine di birra che i crucchi mi regalano sul tram) … la giornata è splendida, non si può non uscire. La cosa bella è che, per quanto milanese fino al midollo, guardo la mia città come se non l’avessi mai vista. Mi piace perdermi per le viuzze, camminare finchè non mi cedono le gambe e scattare foto, come una turista qualunqe con sandali e calzini ( il perchè le tedesche si concino così mi è ancora ignoto ).

Camminare per me è come andare dall’analista: prendono forma tutti i pensieri, si distendono, si rincorrono, scivolano sull’asfalto e si arrampicano sugli alberi/ una corsa campestre di pensieri, insomma.  Così, certe volte, mi ritrovo a guardare il Domm come fosse la prima volta/ come fossi un pittore straniero e dovvessi ricostruirlo sulla mia tela/ …

Mi capita di guardare la Madunina / e mi sembra che mi restituisca lo sguardo/ chissà, che strano, vedere tutto dall’alto/ vedere e magari non poter fare nulla/ così piccola, là in alto/ ma scommetto che le capita di sorridere, ogni tanto/ quando la gente arriva lì, in mansarda, vicino alle sue guglie/ … e la guarda ancora, controsole/ ” sta bela madunina, che la riess amò a brilà” …

Anche io, la guardo, la Madunina/ … /le regalo i miei pensieri … … …

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