Un po’ come arr…

Un po’ come arrivare alla penultima casella del gioco dell’oca, ed essere proiettati di nuovo, e inesorabilmente, al punto di partenza.

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Citazione

Solo per Te.

Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. Desiderare la felicità dell’altro. Rispettare il suo destino. E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione.

-Don Tonino Bello-

Non ho quasi più lacrime, non ho quasi più coraggio di soffrire. Ma voglio continuare a provare questo dolore per te, perchè sia come una strada stretta e scomoda che ti porti alla Felicità.

Stammi bene, Amore Mio.

Troppo tempo ch…

Troppo tempo che non faccio RUMORE, che non scrivo, sputo parole a forma di taglio verticale, mi ascolto dentro, urlo di forza naturale, che ho dentro.

 

Digressione

C’è qualcosa che stamattina mi suona dentro. Come un leggero campanello: un tintinnio che passa inosservato in questo rombare, roteare, strisciare, strappare, battere, parlare, sgridare, cadere della città sotto di me.

Ho un bisogno di poesia, di dare un ordine alle stelle che all’improvviso si sono messe a girare solo per me.

Non capisco. Seguo le rotaie di questo tram sferragliante, nel blu della notte. Quanti tram abbiamo visto passare, li abbiamo rincorsi, alcuni guardati, riempiti di quelle lucine che vedi solo a Natale: e ci sembrava Natale quel giorno, che ci è stato fatto quel regalo, quella scoperta improvvisa di presenze.

Ecco, ora che l’estate spinge il muso contro il vetro, per entrare in casa con le sue cicale, e sdraiarsi sul pavimento fresco, a giocare col naso umido del mio cane… proprio adesso, mi è venuto un desiderio di eternità che non mi lascia.

Posso solo aggrapparmi alle pagine di un libro, e sfogliare le nuvole con le ciglia: da qui non mi muovo.

Non muoverti neanche tu.

Mi piacerebbe trovare le parole per poter consolare tutto quel popolo meraviglioso che sono i giapponesi.

Trovare qualche frase fuori dalla retorica, svuotata dalle formule usate dai media: una parola scheletrica e dritta, ma che centri il loro cuore, solo per poter dire: sono con voi.

Non sono mai stata in Giappone, anche se conosco alcune persone che provengono da quel Paese così silenzioso: una di quelle è una ragazza che canta nel mio coro. Non sono ancora riuscita a vederla, ma spero di farlo al più presto per sentirla dire che va tutto bene, che la sua famiglia è al sicuro, che nonostante tutto non ci sono state perdite dolorose. Yoko è sposata con un ragazzo italiano, ha una voce splendida e uno di quei sorrisi sottili e gentili, che quasi hanno timore di esporsi alle risate. Ultimamente, avendo studiato canto per tanti anni, ci sta insegnando delle pratiche per poter respirare meglio, tenere a lungo una nota, ci insegna le differenze tra le croma e le semiminime, ci dice di “lanciare” la voce al di fuori, per farla uscire potente e forte, ma senza urlare.

Un paio di miei amici sono stati in Giappone l’estate scorsa, e ne sono tornati innamorati: soprattutto, descrivono quella dignità, quella silenziosa caparbia e quella religiosa gentilezza che li fa vivere con delicatezza.

Ecco, non so cosa c’entri, ma un po’ di tempo fa ho visto “Ramen Girl”, un film non molto famoso, credo, ma che mi ha fatto commuovere: non che la storia sia particolarmente brillante, ma ora mi torna in mente, e mi fa pensare al perchè mi sia sentita così tanto sconvolta nel vedere le immagini di questo disastro.

Non so, non ho soluzioni, non posso fare qualcosa di pratico, non posso partire e andare là ad aiutarli: voglio solo dire, sono qua, e vi penso tanto. Anche se non conosco nessuno di voi.

Cerco di “lanciare” la mia voce, il mio cuore, verso di voi. Se potete, afferratelo.

the rocky horror picture show

Un venerdì sera come tanti (oddio, non proprio, visto che ci siamo saltate le prove del coro con tanto di insulti da parte del direttore, ma, pace a lui, una volta si può anche fare).

Io e le mie compari che ci aggiriamo per via Savona, con vistoso trucco anni ‘8o (che ha scatenato numerose occhiate divertite in metro). Di fronte a noi, il cinema Mexico, un locale che passerebbe inosservato in questa via non troppo trafficata, che vanta alcuni localini invitanti (tra cui abbiamo notato il Murphy’s Law: un po’ per il nome che è praticamente la catarsi della mia vita, un po’ perchè ricorda vagamente il Temple Bar di Dublino, rosso fuoco fuori e luci soffuse e fumose dentro), ma che è sostanzialmente una zona residenziale.

Eccoci, noi, giovani non-convenzionali (vengono chiamati così i “dilettanti” di questo spettacolo, cioè chi non vi ha mai partecipato), con un centinaio di altri giovani, in fila per vedere le avventure di un travestito.

Ecco, detta così, sembra una pagliacciata: invece è uno spettacolo che merita davvero di essere visto. Intanto, appena in sala si viene accolti dai Transilvani: ragazzi e ragazze con parrucche e trucco coloratissimi e bizzarri, che vi scortano al posto e vi vendono il kit per la serata.

Uno di loro, parrucca azzurra e una vaga somiglianza con Mika, ci fa notare che abbiamo avuto una botta di culo immensa, per essere delle non-convenzionali, ad avere i posti in prila fila (grazie alla sottoscritta che ha prenotato vent’anni fa. Ogni tanto anche io ne faccio una giusta!). Sì, qua si parla di non-convenzionali perchè lo spettacolo, da che è approdato a Milano nel lontano 198o, non ha mai saltato un venerdì sera, qui al Mexico.

Dicevo, il kit. Ma non voglio aggiungere altro: solo, che lo spettacolo è interattivo, quindi questi oggettini che vi vengono venduti sono da utilizzare durante la serata.

Ecco, in realtà non voglio descrivere la storia, gli effetti speciali, le urla che seguono praticamente ogni battuta del film e i balletti da fare mettendo una mano sulla chiappa del vostro vicino, conosciuto o sconosciuto che sia. Io sono arrivata lì ieri sera che non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, e se non l’avete mai visto, è meglio così amche per voi: non aspettatevi niente, siate aperti e pronti a tutto, perchè qui davvero può succedere di tutto.

C’è trasgressione, d’accordo, ma anche tanta tenerezza: Frank è un personaggio che fa tremare, così granitico e dolce. 

Tra l’altro, come succede per le cose migliori qui a Milano, il Mexico ha rischiato di chiudere qualche tempo fa, ma il gruppo di fan che ogni venerdì sera riempie la sua sala è riuscito a tenerlo in vita, e ora è più florido che mai.

Sono trent’anni che il Mexico propone il Rocky Horror al venerdì sera: alasciate a casa pudore, stanchezze e pregiudizi, e buttatevi con tutto il cuore in questa esperienza 🙂

scripta manent

Stavo pensando che è passato davvero troppo tempo dall’ultima volta che ho scritto qui, e che di nuovo sono successe troppe cose, troppi ricordi si sono creati e farli rivivere ora sarebbe troppo lungo, e spesso troppo doloroso.

Ho iniziato a leggere un nuovo libro di Erri De Luca e per l’ennesima volta mi ha affascinato. Sembra così facile, per lui, plasmare le parole: come fossero materia viva, legno, creta, pietra, tessuto. E’ così genuino.

Ecco, la riflessione che mi fanno nascere certi libri ben scritti, cioè scritti proprio con l’anima e con le mani, mi fanno pensare che sia davvero difficile trovare qualcuno che faccia lo stesso uso delle parole: cioè che non menta, ma che le usi soltanto per esprimere se stesso, per dire quello che ha dentro, quello che gli piace e quello che gli fa male.

Certi libri hanno davvero un potere, su di me. A volte molto più delle persone. Non che sia misantropa o che altro, ma molti avvenimenti successi negli ultimi mesi mi hanno portare a pensare che se le parole, tutte quelle che uno dice, fossero sempre scritte, certi problemi, certi rancori e dolori non nascerebbero mai. La carta agisce da filtro, da punto di contatto tra i pensieri e la realtà. Verba volant, scripta manent, dicevano i latini. Mica scemi: verissimo!

Credo davvero che se dovessimo scrivere tutto quello che vogliamo dire, esprimere, gridare, non ci sarebbero malintesi. Avremmo degli enormi scaffali colmi di cose “dette/scritte”: e non sarebbe un buon modo per diminuire la quantità di scemenze che uno dice? Mi ci metto anche io nel mucchio, chiaro: quanti discorsi fatti a vuoto, quante parole spese per spettegolare o dubitare o far soffrire.

Non sarebbe una soluzione perfetta? La carta è il nostro problem solved.

E per non sprecarne quintali uno farebbe più attenzione ai suoi pensieri, penserebbe prima di parlare (e credetemi, pensare prima di parlare non è assolutamente un’azione scontata), farebbe delle sue idee un gomitolo da districare con pazienza, sceglierebbe le parole adatte, come un bel vestito per una festa tanto attesa.

E piuttosto che tanti sproloqui, un bel foglio bianco: male che vada, ti rimane tanto spazio per disegnare, e sognare .

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