Che dire!

Che dire!

Ormai scrivo ogni scadenza di panettone. Non che non abbia nulla da raccontare, anzi, forse è vero il contrario. Ma non mi va di scriverlo. Ecco, “E perchè hai un blog, babbea?”. Non saprei.

Questo spazio ha bisogno di qualche rivoluzione.

Sarà che il periodo degli esami non è il momento migliore per intraprendere nuove attività che ti possano far sudare anche poco più del dovuto, sarà che la storia del bavaglio proprio non mi va giù, e vorrei scrivere di argomenti più interessanti e di un certo peso che non delle mie faccenducole quotidiane…

Boh, mi inventerò qualcosa.

Nel frattempo, stay tuned e non lasciatevi imbavagliare!

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l’era glaciale 99

Sono passate 20 ere geologiche da che ho scritto qui l’ultima volta. Ok, in realtà era solo dicembre, ma 3 mesi senza scrivere sono davvero troppi, per me.

Che dire: il Natale è passato più o meno indenne (conservo qualche cicatrice, ma poca roba: e poi a Pasqua si replica, devo mantenermi in allenamento, e sto già progettando di scrivere un manuale su “come far rimanere a bocca asciutta i parenti dopo una battuta velenosa senza alzare un sopracciglio”, ok, il titolo sarà accorciato, ma il succo è quello); dicevo, il Natale è andato, e a Capodanno sono andata a Poznan, Polonia, con un bel gruppetto di amici nuovi che ho conosciuto letterlamente per strada, e che mi fanno pensare che sia ancora possibile trovare amici veri, al di là di tutto.

Poi, una novità che ha una coda, due zampe e un paio d’orecchie nere nere e molto soffici: lei si chiama Mela ed è un cucciolo di Springer di 2 mesi! E’ la felicità della mia vita, e anche la mia distruzione: dove c’è lei, non c’è spazio per esami universitari, amici che passano a trovarti o merende con yogurt al mirtillo (ebbene sì, è la mia fotocopia, solo con un naso un po’ più umido: è pazza di mirtilli almeno quanto me!). Le voglio un bene dell’anima, e potessi votarla alle prossime elezioni regionali, lo farei: non ti frega sotto il naso (lo fa direttamente, e senza troppi preamboli), non ha mire politiche (tanto è già il capo indiscusso della casa) e non ha bisogno di portaborse sottopagati: le basta mangiare 3 volte al giorno e giocare fino allo sfinimento, ed è felice così.

Ecco, non da ultimo la mia passione per la fotografia ha raggiunto vette elevate, alimentata da una corretta dose di autocompiacimento e di amici (o almeno uno in particolare) innamorati almeno quanto me dell’adorabile rumore del click.

Bene, ora che ho riassunto la mia vita in 10 righe, posso davvero deprimermi.

No, in realtà le cose sarebbero molte di più, ma  ho deciso di evitare le storielline sentimental-mielose, che comunque non hanno condotto a nessun cambiamento accettabile: vivo ancora con i 7 nani, il principe azzurro s’è scordato di passare a rimorchiarmi.

p.s.: tra le altre cose, avendo mezz’ora libera, mi sono iscritta al programma Erasmus. Forse dovrebbero davvero legarmi mani e braccia nei momenti di stallo, ma ora che ci penso ho preso le mie migliori decisioni evitando accuratamente di pensarci sopra. We’ll see.

salvatemi dal natale

Ok, tra poche ore parto per Vienna con il parentame e non ho ancora preparato nulla. Dico nulla.

Vabbè. E’ un periodo che sono isterica, suscettibile, acida e incomprensibile ad ogni essere umano.

Sarà che sto passando troppo tempo sommersa sotto strati di libri che mi tolgono il fiato, sarà che non ne posso più della mia famiglia, dei parenti, del Natale che incombe, delle strenne allegrissime che passano in tv o di quella gran giraffa della Belen vestita da Babba Natale supersexy che mi fa venir voglia di tirare randellate al tubo catodico, sarà che non ho più un soldo bucato eppure sto organizzando viaggi in giro per il mondo senza neanche alzare un sopracciglio: sono convinta che come al solito mi salverò all’ultimo.

Sarà che l’atmosfera di Natale in realtà per me è deleteria: le coppiette si moltiplicano, tutti nuotano nel miele e nella melassa, e quel che è peggio, mi rendono la grazia di fare da testimone alle loro storie mocciose (cioè in stile Moccia o da mocciosi, la grammatica mi viene incontro), sciorinandomi elenchi di cose inutilissime e devastanti da comprare al moroso/a/e/i (sì, c’è anche chi ne ha più di uno, e si considera una persona fedele): del tipo un orsetto di peluche con pelliccia di cucciolo di orso polare, rasoi di oro fino o fotografie del loro primo appuntamento grandi come una tenda da circo e per cui sono stati usati inchiostri ipervelenosi e che hanno allargato il buco dell’ozono del 300%.

Svegliatemi quando le feste saranno passate, io sarò di nuovo garrula ed incosciente e avrò esaurito l’acido che mi scorre ora nelle vene.

Ok, ce la puoi fare. Suvvia, Mar. Non tutto il male vien per nuocere: grazie a Dio Natale viene una sola volta all’anno.

E San Valentino pure.

sproloqui settembrini

Ecco Mirtillo di ritorno dalle (meritatissime) vacanze. E di ritorno da una seratina/invasione. Dovutissima, data la casa libera e il numero imprecisato di volte in cui ho invaso io casa d’altri. Dunque il tributo ci stava, alla Ciurma. Insieme a loro ho passato dei giorni splendidi in quel di Rimini e Santa Giustina, insieme al don e alle sue facce minacciose, alle prese per il culo che non risparmiavano nessuno, al lavaggio tazze del mattino, alle sveglie all’alba, agli strimpellamenti di chitarra, alle docce senza porta e la mitica Seicento blu della suora più pazza del mondo.

E ora mi tocca ributtarmi nella traumatica vita milanese. Già mi spavento. Se non altro settembre, a parte lo studio (che comunque per ora è placido e tranquillo) mi permette di partire piano piano: ottobre e novembre saranno la porta dell’inferno. Dicembre, lo sfacelo. Ma andiamo per gradi. Oggi è solo il 4 settembre.

La ricerca del lavoro non mi lascia requie: nei rari momenti in cui sono una persona equilibrata, cerco con tutte le mie forze di capire cosa diavolo andrò a fare nella mia vita futura. Sempre che i Maya si siano sbagliati nei loro rincuoranti pronostici del 2012: in caso contrario, mi darò pena di gozzovigliare il più possibile. Chi ha voglia di torturarsi per un inutile lavoro da precaria, se tanto un enorme asteroide distruggerà tutti i miei sforzi?

Tanto vale iniziare a mettere via i soldi per una mega villa a Malibu e per pagarmi le nozze con Jhonny Depp.

Sono tornata!

sunny day

Periodo denso. Lavoro, progetti di vacanze, progetti irlandesi. Sì, perchè a giugno andrò due settimane a Dublino! Squillino le trombe: due settimane all by myself per imparare l’inglese come si deve, svegliarmi dal mio torpore e cavarmela da sola. La cosa mi mette addosso un po’ d’ansia da una parte, perchè ho realizzato di non essere mai andata via da casa totalmente da sola. Di vacanze con gli amici, anche solo in due, ne ho fatte parecchie, ma only Mirtillo, mai. Vabbè, chessaràmai. C’è da dire che sarò in Irlanda, che rivedrò la mia amatissima Dublino, e che soprattutto non speravo di poterci tornare così presto. In fondo, per quanto lontana dall’Italia e dalla mia bella Milano, l’Emerald Isle sarà sempre la mia seconda casa. E’ indescrivibile la sensazione di libertà e sicurezza che mi dà quel posto. Incredibile. Quindi, forza e coraggio, che tra poco si parte.

Poi: eri Fiera del Libro a Torino con Lau, tempo terrificante e umidità alle stelle, ci ho guadagnato un bel mal di gola che, visti i mille canti per le Comunioni di domani mattina, è proprio l’ideale. Confido nelle ugole d’oro dei bambini e dei loro gorgheggi, perchè le mie corde vocali urlano pietà a più non posso.

Anche oggi fa un bel caldo, c’è sole e quell’aria primaverile che ti fa ben sperare, che ti vien da dire: se la primavera è arrivata anche quest’ anno, allora tutto andrà per il meglio.

Nonostante tutto, i terremoti, le tragedie, le tristezze, la terra continua a rifiorire e regalarti un bel tepore. Chissà che meccanismi ci sono dietro. Me lo sono sempre chiesto. Per me la primavera è una vera e propria terapia. La terapia dei colori. Vedere i fiori, il verde dei prati, il bianco dei nuvoloni, l’azzurro del cielo, i vestiti colorati delle persone, mi fa stare bene. Senza colori non potrei vivere. Sto sviluppando un’insana passione per ogni tipo di sfumatura: allora ecco che compro chili di stringhe da scarpe di colori improbabili, mi coloro le unghie di arancione e medito di farmi i capelli blu. Ho bisogno di essere sedata.

Inoltre, mi metto le mani nei capelli se penso alle vacanze di luglio: una settimana in montagna con gli scalmanati dell’oratorio estivo. Se non finirò in un burrone legata mani e piedi, mi riterrò fortunata. Come qualunque animatrice femmina che cerchi di farsi ben volere dai suoi marmocchi, sarò infatti odiata e messa a dura prova. Tanto più che i nostri cari bambini sono quasi tutti maschi, quindi propensi alla stronzaggine e alla cretineria, in preda agli ormoni e senza il benchè minimo accenno di rispetto per quelli più grandi. Che Dio ce la mandi buona.

Già tentare di aiutare i piccoli a fare i compiti il venerdì pomeriggio è un’impresa titanica: senza contare che devo riprendere in mano le divisioni e moltiplicazioni a due e più cifre, cose che speravo di aver archiviato nel cassetto “cose da evitare” , e da dover rispolverare in caso di maternità, se sprovvista di un marito matematico. E invece.

Bene, spariamoci una dose di Ligabue in stato liquido (ovvero un gelatone al cioccolato con “Il Centro del Mondo”): allora l’estate sembrerà più lontana, e la bellezza di questa luce serale che casca come pioggi dorata dalle finestre sarà la mia unica preoccupazione.

winter is over

L’odore della vernice in una casa nuova. I tulipani rossi. Togliersi la giacca sotto il sole. Capelli rossi al vento. Un complimento che mi farà fare strada. Una pagina del New York Times. Danze pazze per la festa di San Patrizio. Birra dal sapore familiare e abbracci tra cugine. Un “credo che…”. L’azzurro del cielo.

Foto sparse. La scrivania nuova. La voglia di andare via, di cavarmela da sola. Un progetto che gira, e forse funzionerà. Londra. Una maglietta verde. Idee di viaggi e idee di ritorni. Nessun rimpianto e tanti sogni. Dei sorrisi rubati in via Sant’Agnese. Scarabocchi sull’agenda. Una matita blu comprata a Dublino.

Un respiro. Poi un altro.

E il sogno, la voglia (tanta, tantissima) di andare via. Lo farò. Promesso.

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scarpe nuove, vita nuova

Eccomi di nuovo in modalità scemenze. Siccome è un periodo abbastanza denso di scelte serie, consapevoli ed irreversibili, l’unico modo che conosco per non farmi sopraffare da tutto ciò è buttarla sul ridere. E sullo shopping. Premetto che non sono una malata delle spese; spendo volentieri tutti i miei risparmi soltanto in due cose: libri e viaggi, il resto è inutile. In ogni caso i vestiti me li compro, non sono una maniaca che va in giro nuda.

Comunque: dato che, come dicevo, è periodo di riflessioni piuttosto forzate e a livello di terapia psicologica (più di una persona è convinta che abbia avuto un’infanzia disturbata, forse per alcune mie stramberie che ogni tanto tiro fuori come fossero cose normali: però, davvero, nessuno mia ha mai picchiato nè ho vissuto in cantine costretta a cucire), ho deciso di dare un taglio al passato (e tra l’altro anche ai capelli, ma il parrucchiere va rimandato a settimana prossima). Ho buttato via una delle cose a cui ero più legata, soprattutto per i bellissimi ricordi che porta con sè: il mio paio di Gazelle Adidas.

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Queste gloriose scarpe hanno passato la GMG di Colonia del 2005, (compresi i campi di patate di Marienfeld), le stradine di campagna della Toscana e le vie bagnate dalla pioggia di Dublino, il fango dell’Agorà di Loreto e i ponti di Praga, le passeggiate di montagna di Moggio e i ciottoli di Santa Maria delle Grazie della mia città…

Alla fine sono molto affezionata a loro, un sacco di ricordi le vedono protagoniste ai miei piedi. Solo che ormai hanno la suola del tutto consumata e fanno passare l’acqua da ogni buco: oggi, per l’ennesima volta, ero in sala lettura in università a strofinare un piede contro l’altro per cercare di fare asciugare le calze… insomma, hanno fatto il loro tempo. Però: medaglia al valore. Fossero tutte così le scarpe…

Così le ho sostituite con le Superstar: già se la tirano, le nuove arrivate. Poi, con un nome così…

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Ecco, dunqe: taglio al passato e via. Senza guardarsi indietro. Forse farà da stimolo per nuove riflessioni psicologiche il fatto che io mi affezioni ad un paio di scarpe. Magari qualcuno dirà che ho dei traumi da separazione mai superati.

O semplicemente, è un po’ di sana nostalgia per quei giorni in cui camminavo senza meta, e mi andava bene così.

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