C’è qualcosa che stamattina mi suona dentro. Come un leggero campanello: un tintinnio che passa inosservato in questo rombare, roteare, strisciare, strappare, battere, parlare, sgridare, cadere della città sotto di me.

Ho un bisogno di poesia, di dare un ordine alle stelle che all’improvviso si sono messe a girare solo per me.

Non capisco. Seguo le rotaie di questo tram sferragliante, nel blu della notte. Quanti tram abbiamo visto passare, li abbiamo rincorsi, alcuni guardati, riempiti di quelle lucine che vedi solo a Natale: e ci sembrava Natale quel giorno, che ci è stato fatto quel regalo, quella scoperta improvvisa di presenze.

Ecco, ora che l’estate spinge il muso contro il vetro, per entrare in casa con le sue cicale, e sdraiarsi sul pavimento fresco, a giocare col naso umido del mio cane… proprio adesso, mi è venuto un desiderio di eternità che non mi lascia.

Posso solo aggrapparmi alle pagine di un libro, e sfogliare le nuvole con le ciglia: da qui non mi muovo.

Non muoverti neanche tu.

scripta manent

Stavo pensando che è passato davvero troppo tempo dall’ultima volta che ho scritto qui, e che di nuovo sono successe troppe cose, troppi ricordi si sono creati e farli rivivere ora sarebbe troppo lungo, e spesso troppo doloroso.

Ho iniziato a leggere un nuovo libro di Erri De Luca e per l’ennesima volta mi ha affascinato. Sembra così facile, per lui, plasmare le parole: come fossero materia viva, legno, creta, pietra, tessuto. E’ così genuino.

Ecco, la riflessione che mi fanno nascere certi libri ben scritti, cioè scritti proprio con l’anima e con le mani, mi fanno pensare che sia davvero difficile trovare qualcuno che faccia lo stesso uso delle parole: cioè che non menta, ma che le usi soltanto per esprimere se stesso, per dire quello che ha dentro, quello che gli piace e quello che gli fa male.

Certi libri hanno davvero un potere, su di me. A volte molto più delle persone. Non che sia misantropa o che altro, ma molti avvenimenti successi negli ultimi mesi mi hanno portare a pensare che se le parole, tutte quelle che uno dice, fossero sempre scritte, certi problemi, certi rancori e dolori non nascerebbero mai. La carta agisce da filtro, da punto di contatto tra i pensieri e la realtà. Verba volant, scripta manent, dicevano i latini. Mica scemi: verissimo!

Credo davvero che se dovessimo scrivere tutto quello che vogliamo dire, esprimere, gridare, non ci sarebbero malintesi. Avremmo degli enormi scaffali colmi di cose “dette/scritte”: e non sarebbe un buon modo per diminuire la quantità di scemenze che uno dice? Mi ci metto anche io nel mucchio, chiaro: quanti discorsi fatti a vuoto, quante parole spese per spettegolare o dubitare o far soffrire.

Non sarebbe una soluzione perfetta? La carta è il nostro problem solved.

E per non sprecarne quintali uno farebbe più attenzione ai suoi pensieri, penserebbe prima di parlare (e credetemi, pensare prima di parlare non è assolutamente un’azione scontata), farebbe delle sue idee un gomitolo da districare con pazienza, sceglierebbe le parole adatte, come un bel vestito per una festa tanto attesa.

E piuttosto che tanti sproloqui, un bel foglio bianco: male che vada, ti rimane tanto spazio per disegnare, e sognare .

Sono sempre più convinta che la parola chiave di questo periodo sia libertà. Non ne avevo mai assaporata così tanta. Paradossalmente, ho sempre meno tempo, dato che ho cominciato a lavorare a pieno ritmo, e studiando ancora per gli ultimi esami dell’uni. La verità è che ho finalmente capito (o meglio, è più un work in progress che un fatto finito, ma ci sto, appunto, lavorando) che certe relazioni, rapporti, conoscenze, chiamatele come volete, vanno fatte crescere o silurate verso l’abisso pià profondo.

Io sono sempre stata una da “o bianco o nero”. Per il mio punto di vista, le sfumature sono solo un modo più carino di dire “ipocrisia”. Sarà che da piccola ero tutto l’opposto, e che anche ora mantengo sempre un’aura di indecisione cronica… ma c’è da dire che lo faccio solo per prenderemi più tempo per discernere, e prendere (o almeno augurarmi di prendere) la decisione giusta.

Ho capito che non esistono amici e amici veri. Un amico, se è tale, si chiama proprio così, non ha altri aggettivi. O uno è amico, o non lo è. Tutti gli altri sono conoscenti, vicini di casa, compagni di bevute o partner di ballo o che altro. L’ho capito dopo tempo, ma ci sono arrivata. Anche adesso che non vedo i miei amici da tempo, che ci si sente via messaggio tra una corsa e l’altra, tra un impegno e l’altro. Anche adesso che frequento più spesso un’altra “compagnia” che però è a metà tra i”compagni di bevute” e i “partener di ballo”. Ecco, non che io voglia sputare nel piatto in cui mangio: semplicemente, smettiamola di prenderci in giro e di versare lacrime di gioia false per persone di cui non ci interessa neanche sapere se hanno fratelli o sorelle, se sono felici, se hanno fame o sete di qualcosa, se amano leggere o odiano la musica (bestemmia!).

In questo mi sto accorgendo di essere parecchio nevruziana. Ok, se non sapete chi è Nevruz, prima goooooglate e cercatelo. Appena entrato a x-factor si è messo a dire che è inutile mettersi a piangere e fare scene madornali per chi se ne va, sapendo che in fondo siamo solo felici che se ne sia andato lui/lei e non noi. Ecco, è così. Perchè fare finta? Che cosa ci guadagni a fare l’amico di tutti, a spendere tempo con chi non ti interessa, nel vero senso della parola?

C’è una frase che mi piace tantissimo, scritta da Pavese in non mi ricordo quale libro:

Da chi non è disposto a condividere con te il destino, non accettare neppure una sigaretta.

Credo fosse così. E’ stramaledettamente vero. Il Destino. Non si parla di Fato, di Malocchio o balle simili. Il Destino è la tua Vita, la tua aspettativa di verità e felicità, che nessuno può prendere sul serio se non tu e il tuo amico.

 

Solo questo. Non c’è nulla da spiegare. Io la sento troppo, questa cosa. La sento qui.

La vera libertà è avere il coraggio di essere sinceri, con se stessi e con gli altri.

a volte succede

Succede di avere talmente tante cose da dire, da sviscerare, così tante da raccontare e da narrare… che una sola vita pare così poca.

E’ iniziata la mia stagione preferita, l’autunno, è cominciata quella parte dell’anno che profuma di quaderni, di legno, di castagne e di pane appena sfornato, che parte come una promessa di rosso, di colori caldi e dorati, di speranze riposte sotto la cenere di un camino.

Succede che così tutti gli anni, in autunno, inizia la stagione dei concerti. E la Musica è l’unica cosa che mi salva dal marasma che mi nasce dentro.

Ho un bisogno di Verità che trascende qualunque regola. Mi sento come Faust, come un analfabeta che vuole leggere la Divina Commedia, come un bambino che sogna già di poter andare sulla Luna. Quello che ho non mi basta. Questa inquietudine non mi lascia.

Certe volte mi sembra di veder ruotare il mondo sotto i miei occhi, e allora mi costringo a stare in vetrina. L’unica cosa che posso fare è osservare, e cercare di carpire l’anima delle cose solo con gli occhi.

Un mio amico dice che ho sempre troppa fretta, troppa frenesia addosso. E’ che sono affamata di vita, di esperienze, di impressioni, di emozioni. Specialmente adesso, che una parte della mia esistenza è cambiata. Eppure non mi fa stare male, questo affanno che ho addosso, è il mio modo di mangiare la vita, di assaporarla. Ho come l’impressione di aver già perso molto tempo dietro a cose e persone che non mi hanno lasciato un segno, un graffio, una carezza, niente. Non voglio più andare a dormire dicendomi: “Con o senza questo, la mia vita non cambia”. Invece voglio che sia così, che le cose e le persone che ho mi cambino i giorni.

Certo, magari in positivo…