Mi piacerebbe trovare le parole per poter consolare tutto quel popolo meraviglioso che sono i giapponesi.

Trovare qualche frase fuori dalla retorica, svuotata dalle formule usate dai media: una parola scheletrica e dritta, ma che centri il loro cuore, solo per poter dire: sono con voi.

Non sono mai stata in Giappone, anche se conosco alcune persone che provengono da quel Paese così silenzioso: una di quelle è una ragazza che canta nel mio coro. Non sono ancora riuscita a vederla, ma spero di farlo al più presto per sentirla dire che va tutto bene, che la sua famiglia è al sicuro, che nonostante tutto non ci sono state perdite dolorose. Yoko è sposata con un ragazzo italiano, ha una voce splendida e uno di quei sorrisi sottili e gentili, che quasi hanno timore di esporsi alle risate. Ultimamente, avendo studiato canto per tanti anni, ci sta insegnando delle pratiche per poter respirare meglio, tenere a lungo una nota, ci insegna le differenze tra le croma e le semiminime, ci dice di “lanciare” la voce al di fuori, per farla uscire potente e forte, ma senza urlare.

Un paio di miei amici sono stati in Giappone l’estate scorsa, e ne sono tornati innamorati: soprattutto, descrivono quella dignità, quella silenziosa caparbia e quella religiosa gentilezza che li fa vivere con delicatezza.

Ecco, non so cosa c’entri, ma un po’ di tempo fa ho visto “Ramen Girl”, un film non molto famoso, credo, ma che mi ha fatto commuovere: non che la storia sia particolarmente brillante, ma ora mi torna in mente, e mi fa pensare al perchè mi sia sentita così tanto sconvolta nel vedere le immagini di questo disastro.

Non so, non ho soluzioni, non posso fare qualcosa di pratico, non posso partire e andare là ad aiutarli: voglio solo dire, sono qua, e vi penso tanto. Anche se non conosco nessuno di voi.

Cerco di “lanciare” la mia voce, il mio cuore, verso di voi. Se potete, afferratelo.

domande

E’ da una vita che non scrivo qua sopra.

E’ da un sacco che non provo la bella sensazione di ticchettare su questa pagina virtuale, con un po’ di buona musica nelle orecchie e una miriade di emozioni che mi girano per la testa  come lucciole  impazzite, e non sapere neanche da dove partire per descriverle.

Forse solo questa pioggerella primaverile può parlare, può capire.

Forse è proprio la pozzanghera ad offrirmi il suo ascolto. Allora parlo all’acqua. Parlo e corro, che la pioggia mi ha schizzato gli occhiali, dipinto i capelli coi suoi ricami di gocce, e rigato il viso di lacrime dolci.

Gli insuccessi, le colpe condivise, i rimorsi, i pregiudizi, le cadute, il tempo che passa, il vento che ti sveglia dai sogni, un’onda di pensieri che ti trascina via.

Domande sparse tra i cuscini, e solo gli occhi della mia cagnolina che le sanno vedere, mentre infila il naso tra una fessura e l’altra, e so che lei le sente. Perchè non si possono leggere, nè ascoltare, nè scrivere.

Si possono solo incidere tra le pieghe di una mano, vederle scorrere come inchiostro giù dagli occhi, e lasciare che passino, anche se fanno male.

Solo domande.

Ma a volte fanno bang.

Un punto interrogativo che fa male, proprio qui.

IceLand

Quel vuoto nello stomaco. Che paura, sentire ancora quella sensazione familiare, quella cosa che speravo di aver finalmente scacciato dalla mia vita.

Pensavo fossero cambiate tante cose. Sono cambiata io: nelle ultime due estati, soprattutto. E ora che sono arrivata a questo punto, ora che ne sento la brezza, il richiamo, la terribile nostalgia… la libertà è ancora così lontana.

Sono ancora schiava del freddo che mi abita dentro: ogni tanto ritorna, e io non sono più preparata ad ospitarlo nel mio cuore. Abituata da poco al calore, al fuoco, alla forza e ai muscoli, avevo quasi scordato la fragilità di certi attimi, la brina che può coprire certe parole, certi ricordi, la trappola di gelo che stringe certe speranze.

E così, rimango attonita ancora una volta. E’ tempo di tornare, di ritrovare casa, di costruire un falò più potente, perchè questo ghiaccio ritorni ad essere acqua.

Non capisco come faccio a stupirmi ancora. Non capisco come faccio a credere vere ancora certe cose. Non capisco come faccio, ancora oggi, a 23 anni, ad essere così spudoratamente e assurdamente ingenua.

E’ un’ingenuità che quasi non avevo neanche da bambina.

Ho lasciato aperta la scatola dei sogni, e sono tutti fuggiti con un battito d’ali.

Ora inizia il lavoro duro, quello per cui a volte non basta una vita:

ripescarli tutti… //

let’s dance

Guardare avanti e immaginarsi un futuro colorato. Avere mille idee e non sapere da che parte cominciare. Questa sono io. Matassa di sogni disordinati e caotici, groviglio di arcobaleni e temporali mescolati insieme. Magie vecchie e nuove che mi fanno sentire VIVA.

Ho passato un’estate splendida, densa, piena, bella, vivace, chiacchierona, mediterranea, passionale, felice. E il bello è che non è ancora finita.

Non so bene dove mi spingeranno le correnti, in quale fiume in piena mi trasformerò, in che tipo di avventura mi sto imbarcando. So solo che la Noia non sarà mia compagna di viaggio. La Solitudine, quella ogni tanto torna. Ma torna quando la cerco. Ogni tanto serve, un po’ d’ombra. Le giornate di sole sono belle e luminose. Ma l’oscurità fa parte anche di me. E diventare Strega è una parte di me, del mio essere zucchero e sale, miele e limone, neve e sabbia.

Let’s dance, al ritmo della vita …

 

ì

poesia

Penso che ho bisogno di un attimo di poesia.

Sto di nuovo ricominciando a mettermi fretta per ogni cosa, a fare schemini, scadenze, segni rossi sul calendario, propositi e programmi. Non va bene. A Dublino vivevo alla giornata, ed era il massimo.

Ho proprio bisogno di uno dei miei attimi di pausa.

Tengo le finestre spalancate, un po’ d’aria passa, Milano non è ancora invasa dalla calura. Sul tavolo i libri di Diritto Privato di Simo, il cellulare che squilla ogni minuto, il cd di Samuele Bersani (la colonna sonora di uno dei miei film preferiti, Chedimi Se Sono Felice, e il ricordo di quando ascoltavo quelle canzoni notte e giorno, aiutando la mamma a preparare la macedonia di frutta, e si crepava dal caldo, un’estate di qualche anno fa).

Mi basta pensare che è estate, che ci sono dentro, che tutta la poesia di cui ho bisogno è qui. Penso al libro stupendo che sto leggendo -Mentre La Città Bruciava- e a come mi ci senta vicino, e non so perchè.

Penso ad un mio amico che non vedo e non sento da tempo, e non so perchè abbiamo smesso di parlarci, di vederci, di prestarci libri e di chiacchierare insieme. Mi manca ma non voglio ammetterlo, e anche se discutevamo una volta sì e l’altra pure, era bello così.

Penso che riprenderanno le serate con la Ciurma, e stasera mi aspettano appunto un paio d’ore tutte per loro, che non hanno ancora assaggiato il mio post-Irlanda.

Poi penso anche che ho voglia, ho bisogno di conoscere altre persone, di allargare ancora di più certi orizzonti che ho intravisto appena nell’isola di smeraldo, e che mi hanno toccato le corde più profonde, e che ora quel sentirmi cittadina del mondo, come fossi seduta tra le stelle, mi manca da morire.

E penso. Penso ad un paio di occhi scuri che mi hanno tinto d’inchiostro le lentiggini, e che le tingeranno ancora per un po’, o forse no. E’ giusto così, niente scadenze. Non siamo una bottiglia del latte. Siamo due fili, che si sono incrociati per un attimo, in un ricamo indecifrabile… ma bellissimo.

Ora ho avuto il mio ritaglio di poesia… E posso tornare a pedalare sulla terra.

polaroid

cuori o picche?

Siamo di nuovo in fase facciamoci-del-male, bene. Anzi, benissimo. Questo vuol dire che sono iper-sensibile alla musica, al cioccolato, ai film melensi o, al contrario, agli splatter più trash. Non so. Non so davvero. Sono passati DUE mesi due e io ogni tanto (ogni poco) sono ancora qui che lo penso. Ma perchè, poi. Al momento non mi sembrava nemmeno questo gran che. Facevo la difficile, quasi. Poi. Poi succede sempre così: ti accorgi di tenere a qualcosa quando quella cosa non ce l’hai più.

E le domande continuano a rimbalzare da una parte all’altra della mente, a ripercorrere le stesse frasi, gli stessi gesti, le stesse parole di quei giorni. Per cercare una falla, un buco, una breccia… cacchio, qualcosa! No, nulla. Era tutto idilliaco e fragoloso. Poi, semplicemente, il nulla. Bene. E qui stoppiamo questi ricordi deleteri.

Chissà perchè poi è sempre la musica a farmi tornare indietro. “1950”, in particolare. Bene. BASTA.

Solo, mi chiedo, quand’è che la ruota del tempo cambierà verso, quando cambierà il vento. Voglio vedere la Luna che mescola il mazzo di carte e sorride da sopra il lago, mentre la musica -questa volta quella giusta- riempie la sera.

Questo benedetto mazzo di carte che ho in mano è sempre lo stesso, ed è irreparabilmente una mano sfigata. Decisamente.

Adesso mi merito una scala reale.

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uno e nessuno

Quando tutto scivola. Il rumore che fa “l’anima quando si sfonda” (da una canzone del Vande). Lo schiocco rigido e improvviso di un ramo che si spezza. Il pianto scrosciante delle lacrime di vetro che si sfracellano a terra.

Sono suoni che fanno fracasso, danno fastidio, rompono quella quiete di cristallo che prima esisteva. E ora non c’è più. E magari tra tre minuti si creerà di nuovo. Rumori a me molto noti, perchè mi accompagnano sempre. Sono attutiti, in giornate normali. E poi esplodono come il caos che si crea all’ora di punta in Piazzale Cadorna. E’ così. Dentro di me non c’è mai pace. Dentro di me è sempre ora di punta.

Capita che in un sabato sera qualunque realizzi cose che in giornate di ordinaria follia e profonda introspezione non cogli. E’ così che capisco di non avere un posto. Uno spazio.

Io non ho spazio perchè non voglio crearmelo. Perchè io voglio vagare ovunque. Essere tutti e nessuno. Essere me stessa e non esserlo. Questo significa essere pazzi. Lo so bene. Non è che sono così sempre, comunque. Però, qualcosa che urla qua sotto c’è. Impossibile ignorarlo.

Che ci vuoi fare. La mia anima è il palco pirandelliano dell’assurdo. Ogni tanto c’è qualche rappresentazione sana: che so, la Locandiera. Ma poi arriva Aspettando Godot. E lì, inutile raccontarsi balle, è l’assurdità piena e completa.

Dev’essere così: sono pazza. In fondo, dicono che i pazzi sono più lucidi di qualsiasi filosofo saccente o strizzacervelli  arguto. E siccome io di filosofia e psicologia non capisco un’acca, devo essere pazza.

D’altra parte, “è tutta colpa della Luna: quando si avvicina troppo alla Terra, fa impazzire tutti” (Shakespeare, lo diceva, nell’Othello).

Solo, io devo ancora capire qual è la mia Luna.

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